Hic et nunc 2-3/2017 Ricerca a macchia di leopardo

di Pietro Romano 

La vulgata ricorrente limita il ruolo futuro dell’Italia a una sorta di Disneyland delle antichità. Del resto, il nostro ultimo Premio Nobel non è stato un geniale guitto medievaleggiante, geniale ma pur sempre guitto, come Dario Fo? E il Parlamento non è avaro, avarissimo, di menti scientifiche tra i suoi banchi al contrario dei Parlamenti post-unitari, ricchi di speranze e ribollenti di proposte? E anche la letteratura dei primi decenni post-unitari così come degli anni cinquanta-sessanta del Novecento non è piena di ingegneri e medici come protagonisti? Anche su questo fronte, però, l’autolesionismo nazionale – come al solito a braccetto con gli interessati concorrenti internazionali - cozza con la realtà.

Per limitarci ai Nobel, le materie scientifiche (dalla medicina alla fisica, dalla chimica alla biologia) sono state spesso premiate dall’Accademia di Oslo, in un arco di tempo che va dal lontano 1906 al recente 2007. Il problema, allora, non riguarda i picchi ma l’humus. Tanto nelle scuole superiori che all’università trionfano ancora, perlomeno per numero, le materie cosiddette umanistiche. E molto scarse sono le risorse economiche dedicate alle scienze. Sono migliaia, però, i laureati italiani in materie scientifiche impegnati ai più alti livelli nel mondo. Ma se le scuole e le università italiane fossero così malridotte come vengono descritte riuscirebbero a “sfornare” tante eccellenze? 

Lo stesso vale per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo. Secondo l’European Innovation Scoreboard della Commissione europea  il nostro Paese arranca nella graduatoria mondiale per investimenti in R&S sul prodotto interno lordo lontano anni luce non solo dai leader mondiali come la Corea del Sud, il Giappone, gli Usa ma anche dai primi della classe europei, i Paesi scandinavi e via via i pari taglia della Ue: Germania, Regno Unito, Francia. Attenzione. Disaggregando la quota dedicata alla R&S sul prodotto interno lordo, uno striminzito 1,5 per cento o giù di lì, emerge che le imprese fanno la loro parte. Sono nella media europea come investimenti e riescono molto meglio come prodotti dell’ingegno. Fatta cento la media comunitaria di prodotti registrati, l’Italia si attesta a quota 134. Le stesse piccole imprese - che un’altra vulgata ricorrente ama  bollare come palla al piede della modernizzazione italiana - vanno molto meglio della media per innovazione brevettata e informale. In questo panorama a luci e ombre emerge la performance dell’industria farmaceutica che ha speso un miliardo e mezzo in R&S con oltre 6mila addetti diretti con il risultato di essere seconda alla Germania per fatturato e a prima per export nella Ue.

Il nostro Paese, insomma, si conferma ancora una volta a macchia di leopardo. La frammentazione delle centrali di spesa non aiuta gli investimenti. La quota pubblica di R&S, infatti, è quasi esclusivamente a carico dell’amministrazione centrale mentre le regioni, che hanno impegnato nel settore sanitario buona parte delle proprie risorse, per volontà o per costrizione destinano poco o punto alla R&S. Da qui il dato totale insoddisfacente. Passare dall’analisi alle soluzioni fa tremare le vene ai polsi. Cerchiamo – e ospiteremo – proposte.