RICERCA: IL MOMENTO E’ ORA

 di Eugenio Gaudio 

 

Il campanello d’allarme è suonato già da tempo, ma di provvedimenti realmente efficaci e adeguati ancora non si vede traccia. Qualcosa nel campo dei finanziamenti alla ricerca si comincia a muovere, ma è veramente poco: in Italia è mancata la capacità di investire sulla conoscenza e sul sapere, proprio negli anni in cui a livello europeo si rendeva sempre più evidente il ruolo delle tecnologie e delle nuove competenze richieste ai giovani e a tutte le professioni. L’inversione di tendenza necessaria sembra poi avversata dalla visione sempre più diffusa che tende a rappresentare le università e gli enti di ricerca come luoghi di poca trasparenza.

Per fare chiarezza su questo punto, occorre partire da alcuni dati certi.

Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) in Italia su 1000 occupati si contano solo il 4,73% di ricercatori, contro il 7,4% della media europea; gli investimenti nella ricerca, sempre secondo la stessa fonte, ammontano all’1,3% del Pil, contro la media Ue del 2% e il 2,8% degli Usa. Il nostro Paese non investe nell’università: la Corea del Sud spende 628 euro per abitante, Singapore 573, il Giappone 331, la Germania 304 e la Francia 303, mentre l’Italia si attesta a soli 109 euro per abitante. Bisogna pensare che se l’Italia investe nella ricerca 100 per ogni abitante e la Germania 300, per il gioco d’azzardo avviene esattamente il contrario: viene da dire che l’Italia investe sulla sorte, la Germania sulla conoscenza. In questi anni di crisi, i fondi pubblici sono diminuiti (-9,9%) per un totale di circa 1 miliardo di euro persi dal 2008 a oggi, mentre sono aumentati in Francia (+3,6%) e Germania (+20%). Partendo da queste premesse, l’obiettivo di destinare alla ricerca almeno il 3% del Pil, che l’Europa ha fissato per il 2020, sembra difficilmente raggiungibile.

 

È evidente dunque che la miopia delle politiche italiane degli ultimi anni ha inciso notevolmente sullo stato della ricerca italiana. Mi piace ricordare il motto, diventato celebre, di Derek Bok, preside di Harvard: “Se ritenete che la formazione sia costosa, provate con l’ignoranza.” Incredibilmente il nostro Paese non ha mostrato di investire in conoscenza, laddove invece essa rappresenta un elemento decisivo nella stabilità delle cornici sociali e istituzionali, ed è dunque la candidata naturale per la ripresa italiana. In questo senso, il mondo della ricerca e dell’università ha l’obbligo di scuotere le istituzioni e assumere la responsabilità del proprio ruolo, sollecitando interventi puntuali che sappiano risollevare le sorti e contribuire al superamento della crisi economica e sociale che stiamo attraversando.

AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che raccoglie ogni anno il profilo e la condizione occupazionale dei laureati italiani, ci ricorda che nessuna leva di laureati è confrontabile a quelle recenti dal punto di vista dello sviluppo delle competenze e delle performance, anche sotto la spinta qualitativa delle studentesse, protagoniste di un prezioso trend ormai strutturale nell’università italiana. È dunque un paradosso che alla generazione più preparata nella storia dell’università sia riservato un vero e proprio “percorso a ostacoli” nel mondo del lavoro, senza la certezza che precariato e remunerazioni inadeguate restino una stagione solo congiunturale.

“Tutto perduto, dunque?”, ci si potrebbe a buon diritto domandare. Una prima risposta confortante viene offerta dal Rapporto dell’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca, presentato alla fine di febbraio, che vede eccellere i nostri ricercatori nel panorama internazionale. Il nostro Paese ha prodotto il 3,9% della ricerca mondiale, aumentando, ancorché di poco, la sua produttività, a fronte della battuta d’arresto e del decremento registrati in paesi come gli Stati Uniti, la Francia e la Germania. Questo vuol dire che a parità di fondi, negli atenei italiani si produce il doppio di quelli tedeschi e circa un terzo in più dei francesi, tanto che l’Italia si colloca all’8° posto tra i Paesi Ocse per quantità e qualità della produzione scientifica, nonché ai primissimi posti per produttività individuale dei ricercatori. 

Un risultato tanto lusinghiero, nonostante la crisi e il sottofinanziamento del settore, è reso possibile solo grazie alla capacità che il sistema accademico sa esprimere nel formare menti brillanti e giovani talentuosi, che troppo spesso poi riversano le loro capacità all’estero, rischiando di vanificare in gran parte lo sforzo e l’investimento compiuto. 

Da parte nostra, come Sapienza, abbiamo previsto per l’anno in corso, il rafforzamento degli interventi nei settori strategici, con l’incremento dei fondi per la ricerca, per le borse di dottorato, per gli assegni di ricerca, consolidando una posizione al servizio delle istituzioni e della società civile nel suo complesso. E i frutti di queste politiche non stanno tardando ad arrivare: il tasso di successo delle proposte per accedere ai finanziamenti europei dell’ERC, in Horizon 2020, è stato quest’anno pari al 9,8% - e del 7,7% nel biennio - significativamente superiore alla media nazionale del 5%; nei bandi PRIN messi a disposizione dal Miur, abbiamo ottenuto il 9,3% del finanziamento nei progetti come principal investigator, posizionandoci al primo posto in Italia sia nell’ambito delle cosiddette “scienze della vita” che in quelli della chimica, fisica e ingegneria.

 

D’altro canto, va riconosciuto come a livello istituzionale cominci a farsi largo la consapevolezza del ruolo della ricerca come volano della ripresa, e mi riferisco ai dottorati innovativi o alcuni recenti provvedimenti contenuti nella Legge di stabilità soprattutto nei confronti dei giovani ricercatori. Stanno intanto partendo i primi inserimenti nelle aziende italiane di giovani dottori di ricerca, grazie al progetto I-Talents, che vede unite Confindustria, Miur e Università, che rappresenta un esempio virtuoso di dialogo. Si sta dunque delineando un quadro di apertura che è responsabilità di noi protagonisti della ricerca e della formazione aiutare a comporre; il momento giusto è ora: necessario ritrovare la fiducia nel potere della cultura e della formazione, nella convinzione che gli studenti universitari sono davvero costruttori non retorici della “società della conoscenza”