MEDICINA, LUCE DEL MEDIOEVO

Di Francesco Sisinni

 

La storia del Medioevo  continua a essere associata, non di rado anche in sede accademica, all’immagine fosca e inquietante della “Notte dei mille anni”.

Fu Flavio Biondo che, per primo, nell’esaltante temperie umanistica, giudicò quell’età come una sospensione del processo della cultura classica, recuperata, a suo avviso, solo nel Rinascimento. E a quel giudizio, nonostante la lucida visione di Gianbattista Vico, non mancò, più tardi, di attingere quella sorta di ortodossia illuministica che identificò, appunto, quell’età nell’Evo medio o di mezzo, e come tale meritevole non certo di una aggettivazione qualificativa autonoma, come per l’Evo che l’aveva preceduto e quello successivo, detti, rispettivamente “Antico” e “Moderno”, bensì solo di definizioni senza scampo negative, come quella anzidetta o dei “Dieci secoli bui”.

La storiografia contemporanea, grazie alla lezione illuminante de “Les Annales” e prim’ancora alla teoria della onnicomprensività delle fonti del lucano don Giuseppe De Luca, sta provvidenzialmente dissotterrando da quell’ “ager niger” patrimoni e lasciti, tanto più preziosi quanto più universalmente validi e perennemente attuali.

Vien così da pensare al fenomeno del Monachesimo, anzitutto di Oriente, anacoretico e cenobitico che, dalla caduta dell’Impero Romano di Occidente e, quindi, dalla guerra greco-gotica fin oltre l’affermazione del dominio normanno, vivificò di cultura e colture soprattutto il Sud d’Italia, come è stato agevole ancora una volta evidenziare nel recente Congresso internazionale di studi sulla Civiltà Bizantina nel Mezzogiorno d’Italia, tenuto a Maratea.

E viene altresì da pensare all’opera straordinaria di San Benedetto da Norcia, che copiosamente attinse da Basilio di Cesarea, il Grande, coniugando theoresis e praxis, tensione mistica e attività fabbrile e che proprio agli inizi del Medioevo, con la sua Regola, definita sintesi mirabile di “Jus et Aequitas” (donde meritò di essere chiamato “l’ultimo dei romani”), con il suo progetto di vita, fondato sul motto “Preghiera e lavoro” e con il costante riferimento simbolico alla Croce, al Libro e all’Aratro, fondò non solo il Monachesimo d’Occidente, ma, su radici robuste, classiche e cristiane, la stessa patria Europa, che andò sempre più ad identificarsi in quella “Cristianità”, con cui il Continente antico fu nominato fin oltre le soglie dell’Evo moderno.

Ed è noto che tra le innumeri attività creative introdotte dal Monachesimo di Oriente e di Occidente uno spazio privilegiato ebbe a occupare certamente la Medicina. I Monaci (nella tensione apostolica ispirata alla Carità del Dio fatto Uomo e nello spirito evangelico della Pietà, insegnata una volta per tutte dalla parabola del Samaritano, ma anche innanzi all’ineludibile problema del dolore, così profondamente indagato da Sant’Agostino) inaugurarono nei propri conventi la stagione degli Ospizi per pellegrini e forestieri e degli Ambulatori e Ospedali per gli infermi. La Medicina conventuale combatté la magia e, se pur alimentò la fede e il ricorso alla preghiera, lasciando ampio spazio alla taumaturgologia, s’impegnò nella ricerca scientifica, affiancando l’arte medica con l’arte speziale, fondata sulle risorse naturali delle piante e delle erbe ritenute medicinali. Fu così nel Vivarium di Cassiodoro a Squillace come nell’Abbazia di Benedetto a Montecassino.

Sfogliando le pagine di questa sorta di Crestomazia medievale e seguendo proprio l’evolversi della medicina conventuale e ancora quella bizantina, da Antillo Ezio d’Amida a Paolo d’Egina, e di quella araba, con Avicenna, Averroè e Maimonide Ebreo,  è grato imbattersi in quella storia straordinaria, scritta proprio nel Sud dalla Scuola Medica Salernitana.

La storia della medicina nasce con la storia della filosofia.  E la filosofia nasce come amore della ricerca, che conduce al Sapere e per esso alla Bellezza, intesa, come insegna Pitagora, quale “Armonia”. Così nelle Tavolette di Ninive e nel Codice di Hammurabi, nel Papiro di Ebers e nel Talmud giudaico.

Lo seppero bene i greci, che filosofando cercarono, con Platone, il Bello, che è anche il Bene ed il Vero, sicché Tucidide poté far dire a Pericle: “Noi amiamo la Bellezza semplicemente e filosofiamo senza timidezza”. Così, in questa tensione della bellezza e nell’impegno a recuperarla là ove compromessa dall’infermità e dal dolore, indipendentemente dal culto di Apollo e di suo figlio Ascelpio (a Roma Esculapio), che pur ebbero sacerdoti e riti, fiorì la Medicina laica e scientifica nelle Scuole filosofiche dal VI secolo avanti Cristo e i protagonisti furono Ippocrate di Coo, Democede e Alcmeone di Crotone, Filone di Taranto, Empedocle di Agrigento, Galeno di Pergamo, ma attivo in Roma, che esercitarono la professione sulle basi sicure della conoscenza biologica..

Ma lo seppero bene anche in pieno Medioevo gli Scolastici, che ne tradussero i testi e ne diedero applicazione identificando la ricerca – “Itinerarium mentis” – in quel processo che Tommaso d’Aquino propone nel “vedere: conoscere: amare: gioire”.

In tale temperie, nel golfo di Salerno bagnato dal mare di Enea e di Ulisse, nel IX secolo, per opera di filosofi medici, memori della  Scuola fiorita in età classica nella vicina Elea che, con Parmenide, Senofonte e Zenone, insegnò agli istoras  la filosofia dell’Essere, che non può non essere, sorse la Scuola Medica Salernitana.

Erano in dieci e si erano costituiti in Collegio Ippocratico. Ma la Scuola celermente crebbe e divenne ben presto famosa grazie all’alleanza tra filosofia e medicina e ai principi fondamentali su cui si era costruita: anzitutto la lezione di Ippocrate, fondatore della conoscenza biologica, organica, cosmica, ma anche di Galeno, fondatore della conoscenza analitica e, poi, il rispetto della tradizione greca e bizantina e perciò del metodo rigorosamente scientifico, ma anche la sorprendente modernità del cosmopolitismo e dell’apertura al mondo femminile.

Quella storia conobbe due periodi, segnati da personalità autorevoli come, nel primo (IX-XI secolo), Garioponto con la sua opera “Passionarium” e Pietro Clerico, autore di “Pactica”, e, soprattutto, la prima donna medico, Trotula, “Mulier sapientissima” e, nel secondo (XII secolo), Costantino Africano, che chiuse la sua vita nell’Abbazia di Montecassino, lasciandoci la traduzione delle opere di Ippocrate e Galeno. Ne resta famoso il “Flos medicinae” o “Regimen Sanitatis Salernitanum” con il “De Aegritudinum curatione”. Allo stesso periodo appartennero Ruggero Frugardo, noto per gli studi di anatomia, dissezione e chirurgia, gli ebrei Benvenuto Grafeo, oculista, e Isacco Giudeo, uroscopo, e il francese Petrus Aegidius Corboliensis.

Il finire del XIII secolo ne vede la decadenza, ma gli epigoni e gli influssi di quella Scuola sono rinvenibili nelle ormai nascenti Università degli Studi.

Non a caso a Bologna si creò uno “Studium” di Filosofia (Arti liberali)  e Medicina, grazie alla collaborazione tra Taddeo Alderotti (già famoso in Italia quale medico, ma anche umanista ante litteram) e Gentile da Cingoli, già docente di filosofia a Parigi. Su quello Studium nacque la prima Università d’Italia che ebbe come rettore un medico e fu onorata da personalità, oltre i suddetti, come Ugo e Teodorico Borgognini e Mondino de’ Luzzi che sugli studi anatomici svilupparono la chirurgia. Ma la stessa alleanza tra filosofia e medicina diede origine alla quasi coeva Università di Padova che ebbe tra i più notabili Pietro Abano (autore, appunto, del “Conciliator controversiarum quae inter philosophos et medicos versantur”, opera di straordinaria genialità e  di acuta osservazione) e Marsilio da Padova, che fu filosofo e medico.

Si è avuto modo di rilevare che la peculiarità fondamentale della Scuola Medica Salernitana consiste nel suo essere “Ippocratica”. Val la pena, a tal riguardo rammentare che Ippocrate, il più grande maestro di medicina dell’antichità, era nato, intorno al 460 avanti Cristo a Coo,  che fu sede di scuola filosofica, in cui fiorì e si praticò la medicina laica e  scientifica, come nelle altre scuole filosofiche del Mediterraneo, quali Cirene, Rodi e Cnido. 

Dal “Corpus Hippocraticum” non possiamo non rilevare la sorprendente attualità della sua opera, ivi compresi il celebre “Giuramento” e gli “Aforismi”, commentati proprio dalla Scuola Medica Salernitana.

Orbene, i principi basilari di quell’insegnamento, che vennero assunti come fondamento stesso della Scuola Medica Salernitana, furono: l’unità di filosofia e medicina, nella riconduzione del processo speculativo-cognitivo all’unità del Pensiero, in quella che oggi diremmo sintesi tra Scienza e Umanesimo; la laicità della medicina, ossia la sottrazione della stessa alla egemonia sacerdotale e, soprattutto, alla pratica di ogni forma di dogmatismo e di magia, ma, nel contempo, nel rispetto della Religione; la professionalità, fondata sulla ricerca garantita dal metodo e il perseguimento del “meglio” e cioè di mete sempre più ardue ed elevate e sulla “moralità”, irradicata nel compimento del proprio dovere e nel rispetto, anzi nell’amore per l’Uomo, giacché “dove c’è l’amore per l’Uomo c’è anche l’amore per l’Arte”; la visione olistica del paziente, che presuppone la conoscenza, non segmentata, ma organica e integrale del corpo, negli elementi che lo costituiscono e della sua relazione con l’ambiente, nella consapevolezza che la terapia, basata sulla sintomatologia e la corretta individuazione delle varie patologie, consiste, in sintesi, nell’aiuto da dare alla Natura.

Oggi, in cui non sempre par destituita di fondamento la critica avverso una certa sanità malata, cui si addebita grave carenza di competenza scientifica e, quindi, di curiosità e tenacia negli studi e di onestà intellettuale e morale, con conseguente incapacità comunicativa, mentre si fa sempre più aspro e, sovente, ideologicamente acritico il dibattito su problemi esistenziali (quali  la tutela del concepimento e del concepito e l’aborto libero; il rispetto della vita come dono e l’eutanasia, ma anche l’accanimento terapeutico; la esasperata monadologia relativistica delle specializzazioni settoriali, pur necessarie, e la conseguente esaltazione dei “saperi”, anche in spregio all’unità del Sapere; l’assenza di umanità verso il paziente, nella carenza di comprensione e di relazione e, quindi, di qualsiasi senso di empatia con chi soffre) e innanzi alla stravolgente avanzata tecnologica,  che vieppiù surroga risorse umane nelle competenze professionali più sofisticate, val la pena di rileggere nei precetti della Scuola Medica Salernitana la traduzione concreta dell’insegnamento di Ippocrate, del suo “Giuramento” e dei suoi “Aforismi”, per verificarne l’attualità del messaggio e semmai tesaurizzare quella lezione di vita, che pone al centro di ogni possibile cura la Persona, questa mirabile creatura, unica e irrepetibile che, per dirla con Tommaso, reca dal suo concepimento il sigillo individuale dell’”hic et nunc”, fatta di corpo, che è pur tabernacolo dello spirito, cui non è estraneo il Mistero.


Nato a Maratea, Francesco Sisinni è poliedrico studioso e civil servant di spicco. Primo in graduatoria nel concorso direttivo al ministero della Pubblica istruzione, cui partecipò giovanissimo, ha rivestito molteplici incarichi al vertice della Pubblica amministrazione. E’ stato, tra l’altro, “consulente culturale” di Aldo Moro e, con Giovanni Spadolini, artefice del ministero per i Beni culturali e ambientali. Docente universitario e direttore di corsi post-universitari in studi storico-artistici e di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale, Francesco Sisinni è autore di numerosi testi di diritto, narrativa, arte, poesia, storia. Ha vergato oltre cento prefazioni a cataloghi d’arte. Ha fondato e diretto riviste culturali. Ha collaborato a quotidiani e periodici. Ha ricevuto onorificenze e premi in Italia e all’estero.