La spesa sociale va riorientata e riqualificata


DI Pietro Romano

Ha fatto scalpore e creato polemiche la recente radiografia della spesa sociale in Italia. In particolare, la quota destinata agli ultra 65enni, pari al 77,2 per cento del totale. Trasformata, come spesso succede nel nostro Paese, in una questione da tifo calcistico, la questione ha visto schierati praticamente tutti i commentatori politico-economici (età media, a occhio e croce, superiore ai 65 anni) a favore di un drastico riequilibrio, in nome del “largo ai giovani!”, purché non tocchiate la mia poltrona, naturalmente. La realtà è molto più complessa di una stracittadina.

Prima di tutto, l’Italia, piaccia o meno, è uno dei quattro Paesi più longevi al mondo. Gli ultra 65enni sono il 22,3 per cento della popolazione e quasi tutti percepiscono la pensione. Proprio la spesa previdenziale rappresenta la gran parte delle uscite per il welfare. Non è, però, che gli anziani vivano nel lusso. Quasi un quinto degli ultra 65enni giudica “difficile” la propria situazione economica e il 6,5 per cento sostiene di non avere il denaro sufficiente a comprare il cibo tutto l’anno, mentre circa il 20 per cento assicura che non riesce a pagare nemmeno le bollette e/o il riscaldamento. Oltre sette milioni di anziani, però, vivono con i discendenti (figli, nipoti, pronipoti) contribuendo, spesso in maniera sostanziale, alle loro spese. Rispetto alla media europea, infatti, in Italia la presenza di anziani nella famiglia di origine (e non a casa propria, anche quando sono in ottima salute, o in strutture specializzate) è molto più elevata. E qui viene fuori l’altra faccia della medaglia. L’Italia, dopo la Grecia, è il Paese del Vecchio Continente con la maggiore percentuale di Neet, vale a dire di giovani che non studiano, non lavorano né cercano di apprendere una qualsiasi attività. E’ probabile che il welfare familiare di genitori, nonni e zii contribuisca a questo andazzo. Mentre non è per niente detto che la vita in famiglia assicuri agli anziani cure adeguate né al sistema Paese un adeguato rapporto costi-benefici della spesa per il welfare.

A soccorrere questa tesi il rapporto Istat 2016 dal quale si rileva che la cosiddetta indennità di accompagnamento (il beneficio universale per due terzi destinato agli anziani non autosufficienti) pesa per ben 12,1 miliardi sulle casse pubbliche. Si tratta di un beneficio senza eguali nei principali Paesi europei che alimenta il sommerso e l’immigrazione (le badanti) ed è destinato a zavorrare casse previdenziali e sanità pubblica una volta che queste lavoratrici, per le quali non è stato versato un euro per assistenza e previdenza, diventeranno inabili a questa fatica. Si tratta di un beneficio che non alimenta nessun circuito virtuoso e spesso serve solo a sostenere la spesa familiare. In Francia e in Germania, dove l’assistenza per i non autosufficienti è stata riorganizzata già a metà degli anni novanta, a parità di investimento, essendo le spese liquidate su fattura, ci sono stati ritorni in entrate fiscali, assistenza e previdenza pari al 75/80 per cento del flusso in uscita. Non solo. La richiesta di prestazioni specializzate ha spinto alla nascita di molti professionisti qualificati nelle terapie per non autosufficienti, offrendo a giovani volenterosi una scelta lavorativa soddisfacente in tutti i sensi. Che cosa fare dell’ingente somma che torna all’erario? In Italia la risposta sarebbe pronta: investirla negli aiuti alla maternità e alla famiglia. Il problema maggiore dell’Italia sono le culle vuote. Per cercare di riempirle si potrebbe seguire il percorso che sta tracciando il governo giapponese. Un pacchetto di riforme pro natalità che sussidia ogni figlio nato e crea asili nido dalla diffusione capillare, facilitando nel contempo l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Un pacchetto che in termini demografici sta già dando i suoi frutti e potrebbe evitare la paventata estinzione nipponica. Un rischio che corre anche l’Italia.