BANCHE POPOLARI: una ricchezza italiana

Di Andrea Giacobino

 

Giuseppe De Lucia Lumeno è il segretario generale dell’Associazione nazionale fra le Banche popolari. L’associazione della categoria che rappresenta, in Italia, 52 banche associate, 186 società finanziarie e strumentali, 250 corrispondenti nel mondo, per un totale di 5.273 sportelli, 1.028.000 soci, 6 milioni di clienti, 48mila dipendenti, 270 miliardi di attivo. L’Associazione opera per lo sviluppo e il consolidamento dell’identità delle Banche popolari e del territorio basata su cooperazione e sussidiarietà, impegno sociale e sostegno alle famiglie e alle Pmi.

 

  • De Lucia Lumeno, le Banche popolari in Italia godono di buona salute?

  • Non lo dico io. Lo dicono i numeri. Nel primo semestre del 2017, registrano una crescita degli impieghi a favore delle famiglie e delle piccole e medie imprese superiore a quella del sistema bancario nel suo complesso. Il flusso di nuovi finanziamenti è di oltre 7 miliardi di euro per le Pmi e di quasi 4 miliardi di euro per i mutui alle famiglie per l’acquisto dell’abitazione. La fiducia nel credito popolare è ribadita anche, e in particolare, sul versante della raccolta del risparmio con i depositi in aumento del 6%.

  • Ma sono sicure per i risparmiatori?

  • Anche in questo caso meglio affidarsi all’oggettività dei numeri. A fine 2016 il dato medio del Core Tier 1 ratio delle Banche popolari, grazie a importanti patrimonializzazioni, è stato pari al 15,6%. Più alto del 7% richiesto dalla normativa prudenziale europea, mentre il Total Capital ratio è stato pari al 16,4%, anche in questo caso maggiore del limite del 10,5% imposto dalla normativa. Più sicure e più di quanto richiesto dalle regole imposte dall’Europa già molto più rigide, soprattutto dopo la crisi.

  • Il sistema bancario italiano si sta rapidamente trasformando…

  • In realtà è oggetto di trasformazione ininterrottamente da oltre 25 anni. Prima la legge Amato-Carli del 1990 e poi la nuova legge bancaria del 1993 lo hanno completamente ridisegnato con una nuova disciplina della regolamentazione e con la cancellazione delle banche pubbliche che invece esistono ancora in Francia e Germania. Incentivi normativi e fiscali hanno prodotto, poi, operazioni di concentrazioni con una intensità e una rapidità senza precedenti. Dal 1990 al 2000, si sono realizzate 500 aggregazioni con il trasferimento di oltre il 40% di quote di mercato. A fine 2000, il grado di concentrazione, misurato sui primi cinque gruppi, aveva raggiunto il 50% mentre nel 1996 era al 35%! Senza contare la normativa europea e i diversi interventi dei “regolatori” a livello mondiale.

  • Tutte trasformazioni che però non hanno interessato le Popolari.

  • Non è vero. Nel 2012 la legge 221 di trasformazione del Testo unico bancario ha confermato la peculiarità del modello cooperativo valorizzandone l’autonomia statutaria. Contestualmente sono state introdotte significative modifiche per il credito popolare: innalzamento del limite massimo al possesso azionario; introduzione di un limite minimo per diventare soci; modifiche sostanziali al sistema delle deleghe.

  • Quindi il decreto Renzi sulle Popolari non era necessario?

  • A oggi, l’unico risultato tangibile che ha prodotto è quello di aver minato la concorrenza nel credito un elemento indispensabile per un libero mercato. Ha determinato, infatti, l’affermarsi progressivo di un oligopolio bancario che, senza un’inversione di rotta, vedrà in un futuro non troppo lontano l’esistenza di pochi intermediari finanziari. Cui prodest? Tralascio poi i problemi di aderenza al dettato costituzionale che sono ancora tutti aperti davanti alla Consulta.

  • Dunque, viva le banche piccole ma Popolari?

  • Se si leggono i nomi delle banche entrate in crisi nel mondo, emerge una verità che non dovrebbe stupire: ce ne sono di grandi, di medie e di piccole. Non sono le dimensioni a fare la differenza quanto le competenze, la capacità di innovazione e di creare rapporti fiduciari. Il mercato è molto diversificato e sempre più complesso e anche la discussione sulla struttura, quantitativa e qualitativa è inserita sui binari più corretti dell’analisi economica e della ragionevolezza, libera dai pregiudizi ideologici.

  • Era sbagliata l’idea di accorpare per creare grandi gruppi?

  • Forse la crisi a qualcosa è servita. A capire cioè che il sistema economico è composto da realtà produttive di grandi, piccole e medie dimensioni. La biodiversità del sistema bancario va salvaguardata. Difendendolo non si difendono le banche piccole ma si difende e rilancia il sistema economico e l’economia reale, si tutela la concorrenza fra banche. Negli altri Paesi, a cominciare da Usa e Germania, questo concetto è, ormai, chiaro. E’ di questi giorni la presa di posizione della presidente della Fed, Janet Yellen, che annuncia regole “fatte su misura” per tener conto delle dimensioni degli istituti e delle loro complessità.

  • In Europa però si annuncia una stretta sugli Npl che inciderà indistintamente su tutto il sistema.

  • Le nuove norme sugli Npl annunciate dalla presidente della Vigilanza europea, Danièle Nouy, sarebbero una modifica delle regole del gioco mentre il gioco è in corso e dopo che quelle stesse regole erano già profondamente cambiate. Un intervento arbitrario che produrrebbe effetti nefasti sull’economia. Tutto il contrario di quello che la Bce, con una politica monetaria espansiva e non indolore, sta perseguendo da oltre due anni. Un accanimento dannoso per le Pmi che, soprattutto in Italia, rappresentano la spina dorsale dell’economia.

  • Un futuro nel mondo globalizzato?

  • Ai cambiamenti epocali dobbiamo rispondere riscoprendo la validità di ciò che si è mostrato essere utile in passato. Sostenere lo sviluppo del sistema produttivo è il più valido e reale contributo per l’uscita dalla crisi. Le Popolari che sono state protagoniste della vita economica continuano a rappresentare un segmento fondamentale del sistema bancario di questo Paese. Sono e saranno essenziali a sostenere la futura ripresa economica, in un sistema che troverà nella biodiversità il suo proprio punto di forza.