Che impresa, fare impresa (a Roma)

Di: Tuccio Risi

Da Sky a Esso passando per Mediaset la grande fuga di multinazionali e società medio-piccole da Roma sembra partita. Un problema solo di multinazionali? No, perché da Italchimici a Baxalta e alle ex Pagine Gialle anche imprese medio-piccole sono coinvolte. Un’analisi confermata dall’appello del presidente della Camera di commercio, Lorenzo Tagliavanti, che definisce “il declino di Roma una questione nazionale” ma si limita ad accusare l’amministrazione comunale, che “non c’è”.

In verità “il declino di Roma” è invece cominciato un bel po’ di anni addietro, addirittura quando, in tempi economicamente migliori, le amministrazioni dell’epoca preferivano nascondere la polvere crescente sotto i tappeti rossi dei festival cinematografici. Perché se Roma è diventata inadatta a fare impresa le cause sono tante e affondano nel tempo. Lo dimostrano, sul fronte fiscale, alcuni numeri contenuti nel ricco Osservatorio Cna sulla tassazione della piccola impresa, che oltre a radiografare l’intero Paese ora si allarga anche all’estero.

Costruita una impresa tipo per struttura e dimensione, l’indagine analizza l’incidenza fiscale nei principali concorrenti europei. E a Roma confronta le capitali dei Paesi pari taglia dell’Unione: Francia, Germania, Polonia, Regno Unito e Spagna. Ne scaturisce un paragone impietoso.

Roma è, immediatamente dopo Parigi, la capitale che più divora risorse alle piccole imprese sotto forma di tributi e contributi. Per semplificare, a Roma il Tax free day – il giorno della liberazione fiscale, quello dal quale l’imprenditore può finalmente lavorare per sé e per la propria famiglia – arriva solo alla fine dell’estate, mentre a Varsavia si festeggia già a inizio primavera.

Londra emerge come la capitale più conveniente per le imprese, anche piccole, con un Total tax rate (l’insieme di tributi e contributi) al 32,5% e il Tax free day al 27 aprile. Segue Varsavia, tallonata da Madrid, Berlino, Roma (Total tax rate al 69,3% e liberazione fiscale il 9 settembre) e Parigi, con il 70,8% e il 14 settembre rispettivamente.

Detraendo i contributi previdenziali e assistenziali e registrando esclusivamente la pressione fiscale Londra continua a primeggiare (25,8%) seguita da Madrid, Varsavia, Berlino, Roma (49,1%) e Parigi (51,6%).

Più che l’impositore centrale, però, a fare la differenza è la pressione esercitata dagli enti locali. Per incidenza fiscale dello Stato centrale, infatti, Roma è terza (17,6%), ben lontana, a esempio, da Berlino (27,9%) o da Londra (24%). Per incidenza degli enti locali sul Total tax rate è invece seconda (31,4%) dietro Parigi ma ampiamente davanti alle altre capitali: la più vicina è Varsavia con il 21,4%. Non è solo l’amministrazione comunale a fare la differenza. La regione Lazio da un decennio applica alle imprese la più elevata addizionale Irap d’Italia, cui si aggiungono le doppie addizionali Irpef (comunale allo 0,9% e regionale al 3,3%) che fanno pagare ai cittadini romani le più salate imposte sul reddito. Senza dimenticare il piccolo, ma presente, contributo alle province, che pure - ci avevano raccontato – erano state abolite…