GIUSTO PROCESSO CERCASI

DI Cesare Placanica

Cesare Il 31 ottobre scorso Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione Camere Penali Italiane (l’associazione che raccoglie gli avvocati penalisti), insieme a molti altri colleghi (tra cui chi scrive), si è recato alla Camera dei Deputati. Prima di spiegare, nel corso di un’affollata conferenza stampa, le ragioni della sua presenza, ha depositato oltre 60mila firme di cittadini italiani che chiedono che venga realizzata la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. 

Per comprendere a fondo le ragioni di una campagna di riforma della Costituzione, che ha avuto questo incredibile risultato popolare (al netto delle forche caudine delle certificazioni sono state raccolte oltre 72mila firme) bisogna fare un passo indietro. L’articolo 111 della Costituzione, quella che molti, con buona dose di enfasi, definiscono la più bella del mondo, recita: “Ogni processo si svolge (1) nel contraddittorio tra le parti, (2) in condizioni di parità, (3) davanti a giudice terzo e imparziale”. 

Tre locuzioni che costituiscono le basi fondanti del nostro sistema processuale. Solo un rito che abbia queste caratteristiche, recita ancora la stessa Carta, potrà essere definito “giusto processo”. Ecco, ad avviso di chi scrive, oggi il nostro processo non può che essere definito “ingiusto”. Già il contraddittorio nella formazione della prova e la parità tra le parti processuali, infatti, sono solo virtuali. Il rispetto del primo requisito pretenderebbe una effettiva partecipazione della difesa alla formazione della prova. Partecipazione che, per essere efficace, dovrebbe svolgersi - come non a caso ha previsto l’articolo 111- in condizioni di parità con il pubblico ministero. Ora, chiunque abbia avuto la ventura (o più spesso la sventura) di assistere a un processo penale, avrà potuto constatare un atteggiamento di chi dirige il dibattimento, il giudice, certamente sbilanciato a favore del rappresentante della pubblica accusa. Le opposizioni di rito del difensore, le domande più ficcanti, vengono sistematicamente cassate. Mentre con naturale benevolenza, vengono considerate analoghe iniziative dell’accusatore. Questo dato però, non deriva da una “disonestà” o da una mala fede dell’organo giudicante, ma da una impostazione culturale risalente nel tempo -  non più attuale rispetto all’attuale sistema processuale - e, soprattutto, da una profonda ipocrisia. Si ritiene ancora, difatti, che il pubblico ministero, rappresentando la parte pubblica, e non perseguendo per tali ragioni obiettivi particolari, porti avanti punti di vista dotati di maggiore obiettività. Ora, questa conclusione non solo risulta smentita dai fatti, ma inficia alla radice la capacità del “meccanismo processo” di rendere al meglio lo scopo per il quale è stato ideato: consentire di accertare l’esistenza di un fatto di reato e la sua attribuibilità all’imputato, con la massima garanzia di affidabilità del risultato finale evitando l’errore giudiziario.

Dicevamo che il dato della maggiore obiettività del pubblico ministero e delle sue tesi (talvolta teorie) è smentito dai fatti. Il dato statistico di tante gigantesche indagini finite nel nulla, perché prive di ogni fondamento, è imponente. A dimostrazione del fatto che quello che inquina la capacità di giudizio non deriva dall’appartenenza alla parte pubblica o al libero foro di chi sostiene una tesi processuale. Quanto piuttosto dalla prospettiva e dal contesto in cui si agisce. Il pubblico ministero, che opera a stretto contatto e talvolta in simbiosi con la polizia giudiziaria, dopo mesi e tante volte anni dedicati ad una indagine, perde la caratteristica essenziale necessaria a dare un giudizio quanto più possibile obiettivo ai fatti oggetto di accertamento: il sereno distacco e una visione “terza” degli stessi. Il danno maggiore di tale impostazione si riverbera, però, sul risultato finale dello stesso processo. Questo, come detto sopra, altro non è che un meccanismo giuridico ideato per cercare di accertare un fatto. 

Decenni e forse secoli di civiltà giuridica e di esperienza hanno sempre più apportato modifiche ai modelli processuali, tenendo presente in modo particolare due esigenze essenziali. Creare un meccanismo che dia un risultato affidabile. E poi offrire garanzie e diritti di una effettiva difesa all’imputato, salvaguardando la sua dignità di essere umano. 

Da tempo, per fare un esempio, il nostro sistema processuale non consente che nel rito sia presente la tortura fisica, perché confliggente con entrambe le esigenze sopra indicate. Questo mezzo di ricerca della prova offendeva certamente la dignità umana dell’imputato. E però portava anche a un risultato finale non affidabile, perché il soggetto dichiarante sottoposto a tortura non diceva la verità, ma solo quello che interessava al suo aguzzino, dato che solo la soddisfazione di quest’ultimo faceva cessare la barbarie. 

Ora, nel nostro sistema, il modello processuale che ci è sembrato fornire il risultato finale più affidabile, è quello accusatorio. Regolato, in quanto tale, nei suoi principi essenziali, dall’articolo 111 Costituzione. Che sul punto è chiaro, allorquando pretende che il giudice sia “TERZO E IMPARZIALE”. Ecco perché, considerando le prassi distorte di cui abbiamo parlato e la conseguente mancata realizzazione di un modello di processo accusatorio, è sembrato essenziale ai penalisti italiani, che rappresentano i diritti dei cittadini nel processo, condurre una battaglia per l’effettiva realizzazione del “giusto processo”. Che non può che passare attraverso la riforma della separazione della carriere dei giudici rispetto ai pubblici ministeri. Garantendo al contempo all'organo dell'accusa, per mezzo della costituzione di un autonomo Consiglio superiore della magistratura, una garanzia di indipendenza dal ministro della Giustizia e quindi dal potere esecutivo. Una battaglia politica fatta non “contro” i pubblici ministeri quindi, ma a favore dei giudici e del processo, con l’unico scopo di rendere l’organo giudicante quanto più possibile libero e autonomo, sì da rendere effettiva la condizione di terzietà e imparzialità pretesa dalla Costituzione. Con il fine ultimo di riequilibrare tutto il sistema del dibattimento realizzando un effettivo contraddittorio garantito dalla parità tra le parti processuali.

 

Il “pallino”, adesso, è in mano alla politica che, dopo una serie di pessime riforme in materia di giustizia, dovrà abbandonare le sirene populiste, superare le incrostazioni di chi mira semplicemente a “conservare” l'attuale sistema e i suoi connotati autoritari, e finalmente realizzare e portare a compimento un percorso di civiltà giuridica iniziato appunto, con lo stimolo determinante dell'Unione Camere Penali, con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione. Noi, anche questa volta, abbiamo fatto la nostra parte.