Cardiologia

MENO burocrazIa, facIlIta’ nell’accesso aI farmacI InnovatIvI E prevenzIone fIn dall’eta’ gIovanIle.SONO QuestI alcunI deglI obIettIvI DELLA federazIone ItalIana dI cardIologIa. PUNTO dI PARTENZA Il coordInamento DELLE dIverse anIme DELLA dIscIplIna

Meno burocrazia, facilità nell'accesso ai farmaci innovativi e prevenzione fin dall’età giovanile. Sono questi alcuni degli obiettivi della Federazione Italiana di Cardiologia (FIC), presieduta dal professore del Policlinico Umberto I di Roma Francesco Fedele. Punto di partenza il coordinamento delle diverse anime della cardiologia per interloquire in maniera adeguata in Italia e in Europa.

Quali sono stati gli obiettivi di questo suo anno di presidenza? E in che percentuale è riuscito a realizzarli?

“Ho cercato di riattivare e rispettare i dettami del nostro statuto perché la FIC è nata dall’unione tra le due maggiori società cardiologiche, la SIC (Società Italiana di Cardiologia) e l’ANMCO (Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri) per avere una rappresentanza unica a livello nazionale, europeo e internazionale. A livello europeo si è fatto già molto perché siamo riusciti nel 2016, grazie ai miei predecessori, a portare il Congresso Europeo di Cardiologia a Roma. Quello che bisogna fare di più è coordinare tutte le nostre forze per una migliore aderenza ai registri che sono stati iniziati a livello europeo e per contribuire in maniera fattiva al cosiddetto Atlas che è un Atlante di tutte le attività cardiologiche, cliniche e non solo, che si svolgono in Europa per valutare il loro impatto non soltanto in termini quantitativi ma anche in termini di outcome. Per quanto riguarda l’Italia c’è la partecipazione attiva all’Alleanza cerebro vascolare, promossa dal ministero della Salute, per un coordinamento di tutte le attività cardiologiche, similmente a quanto viene fatto in ambito oncologico. Inoltre abbiamo davanti a noi la sfida rappresentata dal Decreto Gelli che prevede la consultazione delle società scientifiche per verificare che cosa siano le Linee Guida a cui si deve far riferimento per evitare la responsabilità penale e in questo senso stiamo lavorando per l’accreditamento”.

Ovviamente la federazione che lei presiede avrà delle priorità, può indicarci quali sono?

“Le priorità sono l’interfaccia con le istituzioni per quanto riguarda il Decreto Gelli. Una per tutte, se adeguamento alle linee guida effettivamente significhi aderenza in maniera pedissequa alle norme o se piuttosto si riferisca ad un comportamento aderente alla buona pratica clinica. Un’altra nostra priorità è l’accesso alle cure perché c’è troppa burocratizzazione per avere accesso sia a terapie innovative farmacologiche e non, sia a metodologie diagnostiche non invasive di nuova generazione come la risonanza magnetica nucleare che adesso è più in mano ai radiologi e vede un accesso limitato dei cardiologi”.

Qual è l'attuale collocazione della cardiologia italiana in ambito internazionale?

“La cardiologia italiana in ambito internazionale è posizionata molto bene dal punto di vista scientifico perché è al secondo posto in Europa dopo la Germania per quanto riguarda la partecipazione ai congressi e per quanto riguarda i lavori pubblicati. Inoltre, a livello internazionale, esiste un’ottima collaborazione con l’American College of Cardiology e con l’American Heart Association, le due principali società scientifiche americane, le quali stanno promuovendo, anche con il contributo italiano, una collaborazione a 360 gradi con altre realtà mondiali, vedi la Cina, il Giappone, il Medioriente e l’America Latina”.

Ci conferma che l’incidenza della malattie cardiovascolari nel panorama mondiale, e in particolare italiano, è aumentata? 

“L’incidenza delle patologie cardiovascolari è sempre al primo posto, sia in Italia che nel mondo, e non è soltanto appannaggio dei Paesi industrializzati, questo incremento si verifica anche nei Paesi non industrializzati. Per quanto riguarda l’Italia, l’Europa e il Nord America l’aumento è anche legato alla cosiddetta ‘epidemia’ dell’insufficienza cardiaca perché i cardiologi sono riusciti ad evitare morti dovute per esempio alle valvulopatie, alle sindromi coronariche acute, all’infarto miocardico acuto; questi pazienti che non muoiono più però spesso vanno incontro all’insufficienza cardiaca,  vanno intercettati e vanno trattati perché l’insufficienza cardiaca diventa nel tempo una patologia che ha una “malignità” superiore a quella del cancro”.

La prevenzione come è noto, risulta essere la migliore terapia. Quali sono i suggerimenti che lei ha da dare?

“La prevenzione cardiovascolare deve essere effettuata a tutte le età. In tema di prevenzione possiamo dire che in Italia c’è una maggiore attenzione per quanto riguarda la prevenzione dei tumori, meno per quanto riguarda la prevenzione delle patologie cardiovascolari. Da anni stiamo collaborando sia con il Ministero dell’Istruzione sia con il Ministero della Sanità, per far sì che venga istituzionalizzata l’esecuzione dell’elettrocardiogramma nelle scuole, con almeno un elettrocardiogramma, al fine di identificare patologie che possono essere responsabili della morte cardiaca improvvisa nei giovani: questa evenienza è relativamente sottovalutata, anche se i numeri parlano di mille casi l’anno in Italia. Il nostro scopo è, quindi, prevenzione in età giovanile, prevenzione nelle donne, prevenzione in età adulta e nella popolazione anziana. Conosciamo e identifichiamo bene i fattori di rischio, tra cui primeggiano gli elevati livelli di colesterolo. È possibile fare prevenzione identificando nelle popolazioni le persone che sono a maggior rischio, al fine di trattarle con terapie farmacologiche che possono rivoluzionare la loro storia naturale, perché abbiamo tanti farmaci innovativi, i nuovi anticoagulanti, i nuovi farmaci per la ‘Dislipidemia’, per l’insufficienza cardiaca che se vengono impiegati, anche se più costosi, hanno tuttavia un valore aggiunto”.

Leggiamo quotidianamente di importanti innovazioni, che hanno un alto costo nel trattamento delle patologie cardiovascolari. Ciò può rappresentare un limite all’accesso per tutti i pazienti?

“Un conto è il costo, un conto è il valore. Spesso invece si guarda al costo in se stesso e non si considera il ragionamento inverso: se io non applico quella procedura, non adotto quel farmaco che ha quei costi cosa succede a quel paziente? E quel paziente poi che costi aggiuntivi può avere in termini di inabilità al lavoro e/o ospedalizzazione? Penso che bisogna fare un ragionamento a 360 gradi per vedere quello che può essere il valore assoluto del nostro intervento che evita nuovi processi patologici, inabilità al lavoro e continui ricoveri ospedalieri”.

E per concludere, una curiosità di carattere più personale: in che modo la presidenza FIC influenza il suo tempo libero?

“La presidenza della FIC influenza molto il mio tempo libero perché è un altro lavoro. Oltre ad avere la mia attività di professore universitario al Policlinico Umberto I di Roma c’è anche questo lavoro di coordinamento perché è vero che la ricchezza della cardiologia è rappresentata dalle sue diverse sfaccettature e dalle numerose società di settore estremamente valide, tuttavia, senza interferire minimamente con le identità delle singole società, ritengo necessaria un’azione di raccordo per avere un’unica voce nei confronti dell’Europa e dei nostri politici perché su alcuni argomenti di carattere generale bisogna essere uniti e coordinati”.