Sistema sanitario nazionale, una proposta per prevenire

DI Pietro Romano

 

L’indaginite non ha lasciato indenne il settore sanitario. Anzi, a occhio e croce, ci pare che ne sia uno dei più affetti. Con molti lavori che, al di là del loro valore scientifico, vengono spesso presentati con titoli bomba e ripresi dagli organi d’informazione tradizionale e social. Complice la crisi, vanno molto di moda gli studi relativi alla difficoltà, vera o presunta, per un numero crescente di italiani di accedere all’assistenza medico-farmaceutica. Dieci anni di caduta non potevano certo fare bene anche a questo aspetto della vita italiana. Ora che molti indicatori volgono timidamente al bello lascia perlomeno perplessi, però, che le indagini allarmanti sulla crisi dell’assistenza medico-farmaceutica in Italia si stiano proprio moltiplicando. Benché, come in un numero precedente di Ore 12 Sanità abbia dimostrato il professor Costa, incrociando tutti i dati a disposizione del sistema sanitario

 

l’esorbitante numero di italiani che non possono accedere alle cure mediche si restringa sensibilmente.

 

Questa congerie di dati rischia di far finire nel calderone delle polemiche, purtroppo, anche indagini serie e utili. Sarebbe un disastro, perché dai numeri possono prendere spunto riforme di un sistema che è certamente migliorabile. E non di poco. E’ il caso del secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale della Fondazione Gimbe, presieduta dal professor Nino Cartabellotta, considerato uno dei maggiori esperti italiani sul funzionamento della sanità e illustre collaboratore di Ore 12 Sanità.

 

Da questa indagine emerge che diversi sono i fattori che minano la sostenibilità di tutti i sistemi sanitari (non solo quello italiano, quindi). Tra di essi, il progressivo invecchiamento della popolazione, il costo crescente delle innovazioni, il costante aumento della domanda di servizi e di prestazioni anche alla luce della maggiore richiesta di benessere a ogni età, a ogni livello sociale, a ogni latitudine. Una maggiore disponibilità finanziaria, da sola, non sarebbe sufficiente a garantire però la sostenibilità, perlomeno nei Paesi occidentali e sviluppati, senza il superamento di criticità come l’estrema variabilità nell’utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie, l’eccessiva medicalizzazione, la scarsa prevenzione, soprattutto gli sprechi.

 

Per quanto riguarda l’Italia, il Rapporto analizza in maniera dettagliata quattro criticità specifiche: il de-finanziamento pubblico, i nuovi Lea, gli sprechi e le inefficienze del sistema, l’ipotrofia della spesa privata intermediata. Suggerendo plausibili soluzioni: 1) offrire ragionevoli certezze su quantità, tempi e modalità dell’erogazione delle risorse al Sistema sanitario nazionale; 2) rimodulare i Lea sotto il segno del valore, destinando alla spesa privata servizi e prestazioni a limitato valore e impedendo l’erogazione di quelli a valore negativo; 3) ridefinire i criteri della compartecipazione alla spesa sanitaria e le detrazioni per spese sanitarie ai fini Irpef; 4) attuare al più presto un riordino legislativo della sanità integrativa; 5) avviare un piano nazionale di prevenzione e riduzione degli sprechi; 6) mettere la salute al centro di tutte le decisioni e in particolare di quelle che coinvolgono lo sviluppo socio-economico del Paese per evitare che un domani la sanità paghi con gli interessi quello che oggi viene fatto passare per una importante conquista.

 

Alla vigilia delle elezioni, ci verrebbe voglia di suggerire a tutti i candidati la lettura, sia pure in sintesi, del Rapporto Gimbe. Una proposta (per parafrasare Giuseppe Berto) per prevenire.