Violenza di genere

DI Martina De Vivo

 

Il Pronto soccorso è il servizio pubblico in cui è più facile intercettare le donne vittime di violenza, forse perché il primo aiuto che si cerca è di tipo sanitario, perché è facilmente accessibile, perché è aperto per tutti 24 ore su 24. Le donne vanno in pronto soccorso per ricevere aiuto per i traumi e le ferite riportate. Ma accessi ripetuti per lesioni o incidenti soprattutto domestici, sono un campanello d’allarme per gli operatori, che sanno che spesso questi casi nascondono violenze non denunciate. Nella maggior parte dei casi consumate in famiglia.

 

La violenza contro le donne è una violenza basata sul genere ed è una violazione dei diritti umani. È la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni: più degli incidenti stradali, più delle malattie. Studi

 

internazionali indicano che le donne sono più a rischio di violenza nelle loro case: la violenza domestica è la forma di violenza meno riconosciuta dalla donna e dal contesto sociale che la circonda, quindi è la più pericolosa perché tende a non essere occasionale e a “cronicizzarsi”. L’abuso fisico e sessuale è un problema sanitario che colpisce oltre il 35% delle donne in tutto il mondo. A livello nazionale, Simeu, la Società italiana della medicina di emergenza urgenza da tempo solleva il problema. “In pronto soccorso sono necessari percorsi di cura appositamente studiati – spiega Maria Pia Ruggieri, presidente nazionale Simeu - e gli operatori devono essere formati, perché se la violenza sulle donne è ancora un problema anche culturale, questo si ripercuote spesso sulla modalità di prestare cura alle vittime nel mondo più appropriato. Una formazione che deve riguardare gli aspetti clinici, che devono essere attentamente studiati e applicati nel modo corretto; gli aspetti medico legali, per consentire la registrazione di documenti utili alla vittima in caso di denuncia; lo sviluppo o il rafforzamento di una sensibilità particolare dei professionisti sanitari, per l’accoglienza del caso, da cui dipende in gran parte l’esito della cura psicofisica della paziente”.

 

La legge 28 dicembre 2015, n. 208 prevede che, sulla base delle esperienze locali, si renda operativo in tutti gli ospedali il percorso di tutela delle vittime di violenza, in raccordo con le previsioni del piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere di cui all’art. 5 della legge 119/2013. E in molti pronto soccorso italiani, sempre più numerosi, sono attivi percorsi speciali per chi subisce violenza, spesso contrassegnati dal colore rosa. “Al San Giovanni Addolorata di Roma - racconta ancora Maria Pia Ruggieri, che è anche direttore del pronto soccorso del San Giovanni Addolorata - il personale

 

L’abuso fisico è un problema sanitario che colpisce il 35% delle donne nel mondo.

 

dell’emergenza ha seguito uno specifico percorso formativo per il riconoscimento dei casi di violenza; in particolare sono state formate alcune figure infermieristiche, che all’arrivo di una vittima di violenza in pronto soccorso si dedicano completamente a seguire il caso, dall’accoglienza all’accompagnamento costante, sia nel percorso clinico che nella organizzazione di quegli elementi medico legali che abbiamo già detto essere così importanti per la ‘cura’ della persona in senso lato”. L’AO San Giovanni Addolorata è stato infatti ospedale capofila per il Lazio in un Progetto del Ministero della Salute sulla Formazione Blended degli operatori sanitari per la costruzione di una rete alle dimissioni, che consenta di non abbandonare le vittime dopo le cure del pronto soccorso, ma di continuare a tutelarle e accompagnarle in un percorso di soluzione del problema.

 

Esperienze di attenzione al fenomeno si registrano in molte città: a Torino, è da tempo attivo alle Molinette, ora Città della Salute, il Centro Demetra, servizio di supporto e di ascolto delle vittime di violenza, a partire da quella violenza domestica che spesso nasconde una vera, reiterata e gravissima violenza di genere.

 

A Napoli sono attivi i “percorsi rosa” nei pronto soccorso di due presidi ospedalieri, San Paolo e Loreto Mare, e al pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera più grande del mezzogiorno, l’azienda Cardarelli. Si tratta di un percorso di prima accoglienza in pronto soccorso dedicato esclusivamente alle donne che subiscono violenza di genere e che riportano danni alla loro salute evidenziabili attraverso una accurata osservazione medica e psicologica. Il Percorso rosa è definito prima di tutto da una procedura integrata di interventi medici, ginecologici, psicologici e pediatrici mirati a dare un ventaglio di risposte sanitarie nell’emergenza alla vittima di violenza. Ma è altrettanto fondamentale la presenza di una rete di servizi socioassistenziali capillare, capace di interagire, dialogare e scambiare efficaci prassi metodologiche per far emergere il fenomeno della violenza e sconfiggere il senso di isolamento e solitudine che circonda le donne. Recentemente è stato posto l’accento sul ruolo del pronto soccorso nei casi di violenza di genere grazie alla pubblicazione dei dati di un progetto Ccm, supportato dal Ministero della Salute. Si tratta di Revamp (Repellere Vulnera Ad Mulierem et Puerum) - Controllo e risposta alla violenza su persone vulnerabili: la donna e il bambino, modelli d’intervento nelle reti ospedaliere e nei servizi socio-sanitari in una prospettiva europea”, che è stato coordinato dall’Istitutto Superiore di Sanità e dall’Ospedale Galliera di Genova, che fa parte della rete ospedaliera che raccoglie i dati sulla violenza, nell’ambito dell’Injury Database europeo (Idb). I dati della ricerca relativi al periodo 2015-2016 evidenziano che la violenza subita è

 

la seconda causa di accesso in pronto soccorso per le donne analizzate dal campione. In quasi il 90% dei casi la violenza compiuta a mani nude o con violenza fisica, senza uso di strumenti d’offesa.

 

Fra il 2013 e il 2014 sono stati osservati gli accessi al Pronto Soccorso in Piemonte, Toscana, Abruzzo e Sardegna: le vittime di violenza sono 139 donne ogni 100 mila residenti, il 72% delle quali di età 15-49 anni. Sono stati sorvegliati, per lo stesso studio, i centri ospedalieri antiviolenza del Revamp: qui il 37% delle donne in età fertile (15-49 anni) vittime di violenza sono di nazionalità estera. In questa stessa fascia il 5% delle volte le vittime hanno subito una violenza sessuale.

 

Nello studio di follow-up di progetto, che seguiva donne vittime di violenza grave, dove la gravità è data dalla continuità della violenza, da casi di abuso sessuale, a tre mesi dalla dimissione ospedaliera il 67,5% delle donne adulte vittime di violenza domestica o sessuale era affetta da patologia mentale di stress da disordine posttraumatico. Prevalenza della malattia significativamente superiore, di oltre cinque volte, a quella di corrispondente gruppo di controllo di donne non vittime di violenza. Valore paragonabile a quello delle vittime dirette di grandi disastri, compresi attentati terroristici.