Diseguaglianze Proposte per prevenire

DI Donato Speroni

 

Quest’anno il Fat Cat Thursday, si è celebrato giovedì 4 gennaio, ma non lo troverete su nessun calendario. Secondo il centro studi britannico High Pay Centre, è il giorno dell’anno nel quale i più alti dirigenti delle FTSE 100, cioè delle 100 società più capitalizzate del London Stock Exchange, avranno già cumulato compensi pari a quelli che l’impiegato medio a tempo pieno guadagnerà nel corso di un intero anno. La differenza è di oltre 90 volte, ma in prospettiva, dice l’Economist, i gatti più grassi dovranno forse mettersi a dieta, perché la premier inglese Theresa May (nella foto a pagina 17) sta per annunciare l’obbligo per le società quotate di rendere pubblico il rapporto tra le retribuzioni più alte e quelle più basse.

 

Una misura demagogica da una leader a caccia di una popolarità che le sfugge? Forse, ancor più sorprendente considerando che proviene da un governo conservatore, ma l’aumento delle diseguaglianze è un tema che qualsiasi Paese deve affrontare, perché è uno degli elementi che stimolano la disaffezione degli elettori. D’altra parte un po’ più di trasparenza delle aziende nei confronti di dipendenti, azionisti e opinione pubblica è importante, come suggerisce anche il target 10.4 degli SDGs che impone di “Adottare politiche, in particolare fiscali, e politiche salariali e di protezione sociale, e raggiungere progressivamente una maggiore uguaglianza”.

 

In un mondo che per molti aspetti è ancora su un percorso insostenibile, non c’è da meravigliarsi che, come di recente ci ha ricordato il Censis, il rancore dei gruppi sociali che si sentono defraudati nel presente rispetto al passato (e che rischiano di esserlo ancora di più, assieme a figli e nipoti, nel prossimo futuro) domini i comportamenti politici e favorisca incompetenza e promesse impossibili.

 

Il problema non è soltanto nostro. “Oprah don’t do it”, ha scritto Thomas Chatterton Williams sul New York Times opponendosi all’ondata di esaltazione dei social media che hanno visto nella conduttrice televisiva Oprah Winfrey, dopo il suo discorso  per il ricevimento del Golden Globe, una formidabile candidata democratica per contrastare Donald Trump nel 2020, anche se lei stessa dichiara di sapere poco di politica. Potrebbe vincere e diventare prima presidente donna (e nera), ma la sua elezione, secondo il commentatore del Nyt, segnerebbe la continuazione dello stesso sistema che ha portato “The Donald” alla Casa Bianca:

 

L’idea che la presidenza possa diventare un ulteriore premio per i personaggi popolari (anche quelli di cui pensiamo di condividere le idee politiche) è estremamente pericolosa. Se c’è una cosa che il primo anno dell’amministrazione Trump ha reso evidente, è il fatto che l’esperienza, la conoscenza, la cultura e la saggezza politica sono tremendamente importanti. Governare è del tutto diverso dal fare campagna elettorale. 

 

E allora? Dobbiamo lasciare le redini del governo sempre agli stessi addetti ai lavori? Ma poi, chi comanda veramente? Un utile materiale di riflessione ci viene dal volume scritto dal decano dei politologi italiani Giorgio Galli e dallo studioso di intelligence Mario Caligiuri dal titolo “Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci”, edito da Rubbettino, presentato alla Camera nel novembre scorso. Sulla base di una ricerca del Politecnico di Zurigo, i due autori sostengono che gran parte del potere mondiale è nelle mani di una ristretta élite (l’elenco documentato è di 65 nomi) che dominano i board  delle multinazionali, dei grandi intermediari finanziari, delle fondazioni culturali, delle università più prestigiose. Un’aristocrazia che ha una base culturale molto simile, che condivide gli stessi valori, ma che è sostanzialmente autoreferenziale e dedita al proprio arricchimento. Per carità niente Spectre e niente complottismo: Trilateral Commission e Gruppo Bilderberg non dominano il mondo, ma queste poche decine di persone contano molto più dei governi contro i quali si esercita il malcontento degli elettori.

 

Proviamo a mettere insieme i pezzi:

 

- L’aumento delle diseguaglianze e la sensazione di impoverimento delle classi medie aumenta il rancore e spinge ad affidarsi a leader visibili per la loro popolarità, ma in realtà poco esperti e talvolta pericolosi, mettendo a repentaglio la democrazia.

 

- Chi detiene una parte rilevante del potere è una ristretta elite che opera in un contesto globale; personaggi pressoché sconosciuti e non esposti ai rischi elettorali, ma che comunque sono ben lungi dall’offrire risposte certe e condivise alle crisi che il Pianeta sta fronteggiando, perché in larga misura tendono a perpetuare le ricette del passato.

 

Si può obiettare che le élite globali condividono anche le preoccupazioni sul futuro del Pianeta, come si è visto al World economic forum di Davos lo scorso anno. Tuttavia, non riescono a esprimere impegni adeguati per risolverle. Nel Forum che si svolgerà sulle nevi svizzere dal 23 al 26 gennaio vedremo se emergeranno novità significative e sarà interessante assistere alla dialettica dei big dell’economia e della finanza con il presidente Trump, che ha annunciato la sua presenza all’incontro.

 

In ogni caso, la presa di coscienza dei potenti sui rischi che corre il Pianeta è importante, ma non basta. Per tornare a far funzionare la democrazia, Galli e Caligiuri puntano soprattutto sulla “questione pedagogica”.

 

È un percorso lungo e difficile, ma anche una possibilità. Per cui la priorità di ogni governo deve essere l’investimento nell’istruzione per formare cittadini consapevoli ed élite responsabili, condizioni decisive per una convivenza civile che non porti al disastro.

 

Questo è un punto fondamentale per la nostra Alleanza. Solo formando le nuove generazioni a conoscere lo stato del mondo e i problemi che dovranno affrontare, solo convincendole che un mondo sostenibile è possibile a patto di impegnarsi tutti insieme a costruirlo, si potrà uscire dalla contrapposizione tra le oligarchie autoreferenziali e le masse tentate dalla demagogia e dalla politica spettacolo. I giovani, ma non solo loro: anche gli adulti che oggi votano (o non votano) devono essere informati per sapere bene qual è la vera posta in gioco. Noi stiamo cercando di fare la nostra parte:

 

- rendendo note le nostre proposte attraverso confronti diretti del portavoce dell’Alleanza Enrico Giovannini con i partiti in vista delle elezioni e con la trasmissione radiofonica Alta Sostenibilità, che curiamo su Radio radicale;

 

- con i programmi di educazione allo sviluppo sostenibile, compreso il concorso organizzato con il ministero dell’Istruzione, università e ricerca per far conoscere l’Agenda 2030 dell’Onu (a proposito ricordiamo che entro il 20 gennaio le scuole di ogni ordine e grado possono inviare la nuova scheda di partecipazione); 

 

- collaborando con la Rete delle università per lo sviluppo sostenibile, che ha aderito all’ASviS e che proprio in questi giorni sta avviando il suo primo gruppo di lavoro.

 

- con l’iniziativa What are you doing che sollecita l’impegno individuale per il raggiungimento degli SDGs.

 

- con il prossimo Festival dello sviluppo sostenibile che si terrà dal 22 maggio al 7 giugno, con centinaia di eventi su tutto il territorio nazionale.

 

Insomma, con tutte le iniziative che, insieme a tutti i nostri Aderenti portiamo avanti per diffondere cultura, conoscenza, impegno verso un futuro davvero migliore. È sufficiente? Certamente no, ma in meno di due anni abbiamo fatto molta strada e con il vostro aiuto possiamo raggiungere l’obiettivo per cui l’ASviS è nata: mettere l’Italia sul sentiero dello sviluppo sostenibile.

 

redazioneweb@asvis.it