Il fisco (e il coraggio) di Trump

DI Enrico Cisnetto

 

Ciò che accade negli Stati Uniti si ripercuote sempre sul mondo intero e, dopo l’approvazione della riforma fiscale del presidente Usa Donald Trump, l’Europa non può restare a guardare. Se è impossibile procedere con le stesse misure, bisognerebbe quantomeno avere lo stesso coraggio. Quella americana, infatti, è una svolta radicale, visto che le imposte sugli utili d’impresa scenderanno dal 35 al 21%. Per rendere l’idea, in Italia sono mediamente più del triplo: al 64% le calcola il Centro Studi ImpresaLavoro. E se a livello individuale le aliquote verranno ridotte nei loro valori medi “solo” dal 39,6% al 37%, Washington ha eliminato la “alternative minimum tax” che erode crediti per ricerca e sviluppo. Inoltre, per il rientro dei profitti accumulati all’estero (stimato in 3mila miliardi), le società Usa pagheranno un’una tantum al 15,5% per il contante e all’8% per le altre attività non liquide. Ovvio che con questi vantaggi tributari sia sul rimpatrio che sui futuri profitti le aziende avranno tutto l’interesse a trasferirsi negli Stati Uniti, portandosi dietro tecnologie e ricchezza. Alcune grandi imprese americane, infatti, hanno già risposto prevedendo robusti piani di investimento (tra gli altri, 50 miliardi in cinque anni per Comcast e un miliardo per il colosso delle telecomunicazioni AT&T) e cospicui bonus ai dipendenti (100 milioni di dollari da parte di Comcast, 300 milioni da Boeing, 400 milioni da Wells Fargo). Al di là degli esempi, è evidente che l’ambizione di Trump è promuovere la crescita delle corporation, sperando che i benefici ricadano poi su salari e occupazione.

Ora, tralasciando i giudizi politici su questa misura, è indubbio che una tale riforma pone pesanti questioni di sostenibilità finanziaria. Un’operazione che provoca un forte aumento di deficit e debito pubblico sarebbe impensabile in Europa, dove i margini di bilancio sono assai più stretti. Tuttavia, fu l’allora vicedirettore della Banca d’Italia, Pierluigi Ciocca, a evidenziare ormai vent’anni fa, quanto le aziende della Vecchia Europa (con una pressione fiscale intorno al 45% del pil) sarebbero state svantaggiate nella competizione con quelle statunitensi (tasse al 30%) e asiatiche (al 15%). Un gap destinato ad aumentare con la riforma Usa, che dunque pone una sfida enorme alle aziende europee, di fatto invitandole a stabilirsi oltreoceano se non vogliono più soffrire di svantaggi competitivi.

I ministri dell’Economia di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia hanno minacciato di ricorrere alla Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, che però sul tema nulla può fare. Tuttavia, una risposta va data. E se solo la Germania dispone di un avanzo di bilancio (1% del pil) tale da permettersi un taglio delle imposte sui profitti, l’Europa ha l’obbligo di attrezzarsi nel suo complesso.

Nelle proposte di riforma dell’Unione che dovrebbero essere esaminate in primavera, dopo la formazione di un governo a Berlino, non si può prescindere dal perseguire l’unione fiscale. Cosa complicata, anche perché è indispensabile preventivamente realizzare una piattaforma per la condivisione dei debiti, ma ineludibile, se si vuole evitare che continui la concorrenza al ribasso sulle aliquote e che si emanino web-taxes le quali, senza una comune applicazione europea, rimangono  inefficaci. Coraggio.

(twitter @ecisnetto)