CINA: Una “trappola” che si può evitare

DI Stefania Tucci
Riuscirà la Repubblica popolare cinese a evitare la trappola del reddito medio? Vale a dire che la sua crescita sia destinata a rimanere trainata dall’esportazione di merci ad alta intensità di manodopera? E a perdere, di conseguenza, il vantaggio competitivo del basso costo del lavoro in parallelo con l’aumento dei salari, mirato a rafforzare i consumi interni e ad allargare i beneficiari dello sviluppo?
Il pericolo di questa trappola per Pechino fu paventato oltre dieci anni fa dalla Banca Mondiale nel suo Rapporto sullo sviluppo economico in Asia” del 2006. A lungo, però, questo argomento è stato tabu per la classe dirigente cinese. Facile comprenderne la ragione. La Banca Mondiale aveva sottolineato come anche la Repubblica popolare cinese rischiasse di seguire la strada di altri Paesi che in precedenza, dopo lo stesso genere di crescita, erano scivolati prima nella stagnazione e poi nella recessione in America del Sud (Argentina, Brasile, Venezuela) e anche in Asia, dalla Malesia alla Thailandia.
In Cina si è cominciato a discutere apertamente di questo rischio solo nel 2011, quando era allo studio il 12esimo Piano quinquennale. E con non poco coraggio. Sul tavolo, infatti, sono finite da subito alcune peculiarietà del sistema (e del successo) cinese, dall’economia pianificata alla politica demografica, passando per la tutela dei diritti di proprietà, della libertà di mobilità della forza lavoro e della libertà di movimento in senso lato.
E’ stato nel 2015, però, che il problema e la necessità di porvi rimedio è arrivato al centro del dibattito politico. Grazie principalmente all’allora ministro delle Finanze, Lou Jiwei.
In un discorso tenuto all’università Qinghua di Pechino sottolineò come la Repubblica popolare cinese fosse davanti a due ipotesi entrambe date al 50 per cento. Una, positiva, sarebbe dovuta passare per un cambiamento delle politiche strutturali. L’altra, negativa, lasciando la situazione immutata, avrebbe condotto con rapidità il Paese nella trappola del reddito medio.
Le discussioni accese dall’intervento di Lou Jiwei, a caldo, vennero improntate principalmente al pessimismo. In realtà, Lou Jiwei, da studioso di economia prestato alla politica, aveva voluto mettere sul piatto ogni ipotesi stimolando i vertici cinesi a non cullarsi, come si dice, sugli allori. Magari il suo intervento era stato programmato e coordinato con altre altissime cariche pubbliche, ma questo difficilmente potremo saperlo in tempi brevi, considerata la riservatezza cinese. In ogni caso, lo stimolo di Lou Jiwei ha contribuito a imprimere una salutare svolta al suo Paese.
Poche settimane fa, a margine del 19esimo congresso nazionale del Partito comunista, lo stesso Lou Jiwei ha tenuto a rimarcare, infatti, le differenze tra la Repubblica popolare cinese di allora e quella di oggi. Lou Jiwei non è più ministro. Ma nel frattempo ha preso la guida del Consiglio nazionale del Fondo per la sicurezza sociale, un gigante che gestisce asset per 776,5 miliardi di dollari. Rimane, insomma, uno degli uomini più influenti del Paese.
In sintesi, Lou Jiwei ha sostenuto che, a circa due anni e mezzo dal suo discorso all’università Qinghua di Pechino, la Repubblica popolare cinese sta mutando (e in parte lo ha già fatto) pelle grazie a una politica di riforme introdotte a tappe forzate che per ora le ha evitato la stagnazione, spesso preludio a una pericolosa retromarcia sociale ed economica.
Negli ultimi anni, secondo Lou Jiwei, Pechino ha cominciato a rimuovere gli ostacoli alla libera circolazione (e alla libera allocazioni) di lavoro, capitali, terra. Soprattutto, sta diventando un’economia trainata dall’innovazione: tra i primi venticinque Paesi più innovativi al mondo è l’unico in via di sviluppo ed è terzo in assoluto tra i produttori” i brevetti, cresciuti nell’ultimo anno del 44 per cento.
Affermazioni echeggiate da Liu Yuanchan - vice presidente dell’università Renmin, economista in gran spolvero in alcune dichiarazioni rilasciate, durante lo stesso Congresso, alla Xinhua, l’Agenzia Nuova Cina, com’è più nota in Italia.
Liu Yuanchan ha ipotizzato la trasformazione della Repubblica popolare cinese in un Paese moderatamente prospero entro il 2020 e in un grande e moderno Paese socialista, con una predominante influenza nel mondo, intorno alla metà del secolo. Purché dalla via delle riforme non ci si azzardi a deviare, ha tenuto a precisare Hu Xingdou, economista all’Istituto di tecnologia di Pechino, che in particolare teme il ruolo predominante delle imprese controllate dallo Stato nell’economia del suo Paese. Un allarme che sembra condiviso da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica popolare cinese. Intervenendo al 19esimo congresso del Partito comunista ha annunciato profondi interventi nel settore della concorrenza e in particolare della concorrenza tra imprese controllate dallo Stato, imprese private e imprese a proprietà estera.