Innovazione: serve un approccio a 360°

DI Angelica Adami


“L’innovazione in campo biomedico contribuisce ad aumentare la longevità in buona salute e ha un impatto positivo sull’economia ma, nello stesso tempo, tende ad aumentare la spesa sanitaria”. Vincenzo Rebba, professore ordinario di Scienza delle finanze presso il Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università di Padova, è tra i esperti nazionali in tema di economia e politiche sanitarie.

 

Professore, come si può rendere sostenibile la spesa per l’innovazione rendendo ottimale il rapporto costi/benefici?
Considerando l’impatto sui costi dei sistemi sanitari, il processo di innovazione tecnologica nel settore biomedico è generalmente ritenuto il più importante fattore di crescita della spesa. La maggior parte delle nuove tecnologie avrebbe infatti ampliato le possibilità di intervento della medicina, consentendo il trattamento di patologie che precedentemente erano difficilmente curabili, attraverso l’introduzione di modalità di diagnosi e di terapia più efficaci ma anche più costose delle precedenti: a esempio, la diffusione della risonanza magnetica nucleare in sostituzione delle tradizionali radiografie. Sarebbero state invece meno frequenti le innovazioni che aumentano insieme all’efficacia anche l’efficienza della spesa, come il day hospital in luogo di alcune tipologie di ricovero ordinario. Gli studi sviluppati al riguardo stimano un impatto del progresso tecnologico a partire dalla metà del ‘900 variabile tra il 20 e il 70% della crescita della spesa sperimentata dai Paesi industrializzati membri dell’OCSE. Le grandi differenze nelle stime dell’impatto sulla spesa dipendono dalle diverse metodiche utilizzate negli studi, come documentano Chernew e Newhouse nel loro contributo all’ Handbook of Health Economics.

 

Non sempre una spesa elevata determina elevati livelli di salute nella popolazione e le nuove tecnologie applicate alla sanità spesso vengono valutate   limitandosi solo a considerarne i costi e l’impatto sul bilancio pubblico. In che modo possono rappresentare invece un investimento in salute a livello individuale e di popolazione?
Le innovazioni biomediche possono rappresentare un vero e proprio investimento, con un aumento di benessere sociale, nella misura in cui siano sicure ed efficaci, cioè produttive di salute in base alle evidenze scientifiche. Sotto questo profilo, diversi studi, citati nel Report 2017 2017 dell’Ocse New health technologies: managing access, value and sustainability, hanno stilato delle vere e proprie classifiche delle nuove tecnologie a seconda del loro “valore”, cioè del rapporto tra benefici, in termini di salute e di qualità di vita, per i pazienti e costi della loro adozione. Uno studio di Lakdawalla e colleghi, pubblicato nel 2017 sul Journal of Public Economics evidenzia, tuttavia, che gli studi tradizionali potrebbero sottostimare il valore di alcune innovazioni biomediche poiché non ne considerano il “valore assicurativo” legato alla riduzione del rischio fisicoper le persone attualmente sane. Non va poi dimenticato che numerose analisi empiriche hanno dimostrato l’esistenza a livello macro di un nesso di causalità positiva tra lo stato di salute della popolazione e la crescita economica. In altri termini, le innovazioni biomediche di “valore” determinano opportunità di crescita per il sistema economico nel suo complesso, contribuendo ad alimentare il Prodotto interno lordo e l’occupazione.

 

Lichtenberg nel 2014 ha stimato che l’adozione e la diffusione di nuove tecnologie hanno determinato effetti positivi sulla longevità e sulla qualità della vita, anche se la sua ricerca si è limitata quasi esclusivamente al settore farmaceutico. Gli studi pubblicati offrono però evidenze contrastanti sul valore generato dalle tecnologie biomediche degli ultimi 50 anni. Che cosa ne pensa?

La misurazione degli effetti positivi delle nuove tecnologie sanitarie sulla salute della popolazione con strumenti analitici rigorosi è un campo d’indagine che ha iniziato a svilupparsi non da molti anni. Gli studi di Lichtenberg hanno offerto un contributo piuttosto innovativo su questo versante anche se si sono concentrati quasi esclusivamente sulle innovazioni in campo farmaceutico. A esempio, in un lavoro del 2014 uscito su Health Policy and Technology, egli stima che il 73% dell’incremento dell’aspettativa di vita tra 2000 e 2009 in venti Paesi Ocse e dieci emergenti, + 1,74 anni, sia dovuto al contributo dei farmaci innovativi lanciati dopo il 1990 che hanno permesso una significativa riduzione della mortalità per patologie importanti quali le malattie dell’apparato circolatorio e respiratorio e i tumori. In un altro studio del 2014 insieme con Petterson, uscito sulla rivista Economics of Innovation and New Technology,  Lichtenberg stima che l’incremento di 1,88 anni nella speranza di vita sperimentato in Svezia tra 1997 e 2010 sia attribuibile per il 32% alle innovazioni farmaceutiche. Le analisi sull’impatto sulla longevità in buona salute delle innovazioni non farmaceutiche, come i dispositivi medici innovativi e le nuove procedure diagnostiche e terapeutiche, sono invece molto rare. Si può citare al riguardo un altro studio, sviluppato sempre da Lichtenberg nel 2013 e uscito su Social Science & Medicine, in cui  l’adozione di nuove procedure diagnostico-terapeutiche sembrerebbe avere determinato un aumento della speranza di vita di circa tre mesi per i pazienti ricoverati negli ospedali dell’Australia Occidentale tra il 2000 e il 2007. A mio avviso, gli studi indipendenti sull’impatto sulla salute delle innovazioni in campo biomedico, svincolati quindi dal finanziamento delle imprese produttrici, vanno ulteriormente sviluppati e perfezionati non limitandosi a considerare gli effetti dell’adozione di nuovi farmaci.

 

E' evidente comunque che l’innovazione in campo biomedico vada governata…Certamente. Va governtata allo scopo di aggiornare la gamma dei beni e servizi compresi nei Lea, i livelli essenziali di assistenza, in modo tale da ottenere il migliore risultato possibile per la collettività. A questo scopo l’Hta,  Health-technology assessment, rappresenta un importante strumento di governo attivo dell’innovazione che si sta progressivamente diffondendo nei sistemi sanitari pubblici con l’obiettivo di fornire ai responsabili delle politiche sanitarie e delle scelte assistenziali informazioni trasparenti, affidabili e scientificamente rigorose sugli effetti delle tecnologie mediche. Questa funzione, fondata sulla metodologia della Evidence based medicine, viene sviluppata tramite un’attività multidisciplinare in cui una nuova tecnologia sanitaria viene valutata sotto diversi profili: caratteristiche tecniche, sicurezza, fattibilità, efficacia clinica, costo-efficacia, implicazioni e ricadute organizzative, sociali, legali ed etiche. Sotto il profilo operativo, a partire dalle misure di costo-efficacia derivanti dall’Hta, è possibile non solo aggiornare opportunamente i Lea, escludendo gli interventi costosi e inefficaci,  ma anche incentivare l’uso delle tecnologie mediche più appropriate e costo-efficaci, disincentivando quelle inappropriate e a bassa produttività di salute».