Medici sempre più preziosi, ma per loro si fa sempre meno

DI Pietro Romano

 

Al margine orientale di Sesto San Giovanni i circa 17mila residenti di Cascina de’ Gatti non hanno cominciato bene il 2018. Hanno saputo che i loro tre medici di base stavano per andare in pensione e che non sarebbero stati sostituiti. E constatato subito dopo che, nei quartieri limitrofi o in centro, nella cittadina lombarda non è facile trovare medici non massimalisti. Con buona pace del diritto alla cura. A non molti chilometri dal centro di Milano, insomma, si sta registrando una situazione da “Medecin de campagne”.

 

Distribuito in Italia come “Il medico di campagna”, questo poetico e tremendamente attuale film francese del 2016, scritto e diretto da Thomas Lilti, narra le vicissitudine umane del dottor Jean-Pierre e dei suoi pazienti, che abitano in un paesino dell’estremo nord transalpino dove lui è disponibile praticamente sempre. Quando, però, Jean-Pierre si ammala a sua volta, l’ospedale gli affianca la neofita Nathalie.

 

I paesani all’inizio non sono felici della sostituzione, ma si devono abituare: un altro medico disposto a trasferirsi in campagna non lo si trova e di dottori disponibili nei paraggi non ce ne sono. I medici in Francia scarseggiano e Nathalie ha voluto lasciare la città per una situazione particolare, altrimenti...

 

Il film, al quale arrise un grande e giustificato successo, ha un finale agrodolce ma mette il dito sulla piaga di un grave problema francese. Che in questi due anni si  è ulteriormente aggravato. Quando uscì nelle sale italiane, però, allo spettatore medio sembrava descrivere una situazione lontana mille miglia dalla nostra. Ma chi era informato sapeva già che l’Italia stava seguendo da presso la Francia. Purtroppo.

 

Il caso di Cascina de’ Gatti è anticipatorio. Una indagine della Fimmg (Federazione italiana dei medici di medicina generale) sostiene che, senza correttivi, entro cinque anni 14 milioni di italiani si troveranno senza medici di base e, per di più, con molti vuoti nelle corsie degli ospedali. Nel prossimo lustro, infatti, oltre 45mila medici (30mila ospedalieri e 15mila medici di base) andranno in pensione. E per ora non si sa come sostituirli. Un’altra grana per il governo che sarà formato (si spera) all’indomani del voto del 4 marzo prossimo.

 

Si può cercare di correre ai ripari? Le principali associazioni dei medici italiani ne hanno messe sul tappeto numerose ricette. Eliminare il numero chiuso nell’accesso alle università e soprattutto alle specializzazioni. Assumere i medici neo-laureati con contratto di formazione a tempo determinato permettendo così il loro inserimento immediato nella rete del servizio sanitario. Affiancare giovani medici (o addirittura laureandi) ai medici di base avviati alla pensione. Introdurre dei contratti part time post-pensione ai medici andati in quiescenza. E così via.

 

Esiste, però, un problema nel problema. Tra il 2005 e il 2015 dall’Italia sono espatriati oltre 10mila medici. Vale a dire più di un medico su due espatriato da un Paese membro della Unione europea nello stesso lasso di tempo. Una perdita umana e anche economica, considerato che a spanne il ministero della Salute ha calcolato in circa mezzo milione di euro il costo per formare un medico. C’è bisogno, evidentemente, di far tornare appetibile, socialmente ed economicamente, la professione medica in Italia. Magari cercando di garantire la sicurezza nelle guardie mediche e nei pronto soccorso sempre più in balìa di criminali e di fuori-di-testa.  E’ molto difficile, comunque, attrarre giovani eccellenti quando i più recenti dati disponibile registrano che  nella sanità pubblica operano circa 35mila precari qualificati tra cui oltre 10mila medici.