NON C'E' SVILUPPO SENZA RICERCA

Di Pietro Romano

 

L’Italia non è un Paese innovativo. Ce lo sentiamo dire tante volte che quasi ci crediamo. Ma, per fortuna,  non è così.

Certamente l’Italia investe nella ricerca & sviluppo meno dei concorrenti europei e internazionali di pari taglia economica. Si tratta, però, di un dato complessivo. E che da solo non spiega tutto.

A monte di questi scarsi investimenti è un combinato disposto di classe politica poco lungimirante, cittadini che continuano a cullarsi nel loro “particulare” (per natura sempre di corto respiro), obblighi internazionali soffocanti. La scarsa spesa, però, potrebbe essere ottimizzata. Nessuno chiede di azzerare la ricerca non finalizzata al sistema imprenditoriale, insomma, ma la situazione dei conti statali e la competizione globale sempre più feroce non permettono un sistema di ricerca pubblica del tutto dissociato. Proprio quello nettamente preminente nel nostro Paese. Complice anche una certa ritrosia degli imprenditori italiani (che, nel bene e nel male, sempre italiani sono) a far entrare la mano pubblica sotto qualsiasi forma nelle proprie faccende, l’innovazione nelle aziende tricolori, di conseguenza, è dovuta perlopiù a progetti interni alle imprese e, a seguire, alla collaborazione tra le imprese. Rara o del tutto assente quella tra strutture pubbliche (centri di ricerca, università) e imprese.

In passato non era così. L’Italia possedeva strutture di ricerca pubblica in grado di innescare fenomeni economici virtuosi. In parte erano ereditati dalla politica mista. In parte erano permessi dalla presenza di grandi gruppi pubblici. Questo circuito è stato smantellato per una serie di motivazioni (a parere di chi scrive spesso aberranti) che in questa sede non interessano. E, nello smantellamento, nessuno ha pensato di cercare di ricreare il precedente circuito virtuoso sia pure con altri soggetti imprenditoriali.

Quanto agli investimenti privati, la situazione è molto migliorata in questi ultimi anni ma non tanto da permettere il recupero del gap con i concorrenti internazionali scavato dagli investimenti pubblici. Anche su questo fronte, però, il modello imprenditoriale italiano non aiuta. La stragrande presenza di micro, piccole e medie imprese (il 99,4 per cento della platea complessiva) avrebbe bisogno della creazione di reti che invece latitano, anche per l’individualismo imprenditoriale oltre che per le carenze pubbliche e delle stesse organizzazioni d’imprese ad assumersi un ruolo attivo. Esistono, però, dei riscontri internazionali che spiegano il ruolo dell’Italia nella manifattura (seconda in Europa alle spalle della Germania) e particolarmente in settori strategici quali farmaceutica, aerospazio, difesa, robotica, utensileria, trasformazione alimentare. Come evidenzia l’Innovation Scoreboard dell’Unione europea le imprese italiane primeggiano nell’innovazione informale. E qui i perché si sprecano: le imprese non si fidano dell’iter del riconoscimento attraverso brevetti, preferiscono non pubblicizzare le proprie eccellenze per motivi fiscali, soprattutto adattano talmente bene il loro sistema alle richieste della committenza che la rapidità non può rispettare i tempi burocratici dei riconoscimenti dell’innovazione, di prodotto, di servizio, di processo che sia.

 

Un Paese complesso, insomma, anche per quanto riguarda l’innovazione. Ma un Paese che, autoflagellazioni a parte,  proprio dell’innovazione e della flessibilità ha fatto i propri cavalli vincenti, una volta che l’euro ha annullato i vantaggi competitivi monetari garantiti dalla lira. In tema sanitario lo dimostrano due dati recenti. A dicembre scorso l’aumento tendenziale delle esportazioni ha riguardato nella misura più rilevante le vendite all’estero di articoli farmaceutici e chimico-medicinali, con un’impennata del 60 per cento rispetto a dodici mesi prima. Ma la forte crescita ha contrassegnato tutto il 2017, marcando un rilevante +16 per cento, oltre il doppio dell’incremento dell’export tricolore (+7,4 per cento).

Nel 2017 in Italia le quasi 4mila imprese del biomedicale hanno messo assieme un giro d’affari complessivo superiore ai 16 miliardi (di cui circa 5 miliardi garantiti dalle esportazioni) con 76mila addetti diretti, senza contare l’indotto, quindi. Va aggiunto che l’innovazione sanitaria, oltre a essere un fattore di sviluppo, permette di allungare la vita e di migliorarne la qualità. Insomma, è un driver sociale incomparabile. Tanto per rispondere a chi accusa l’innovazione sanitaria di contribuire a creare buchi nelle casse pubbliche perché inciderebbe troppo sulla spesa sanitaria. Per chiarire la questione è bene approfondire il caso del biomedicale.

In gennaio a Verona si è tenuta una fiera del settore che ha ottenuto un grande successo. Un modo per attirare clienti e investitori potenziali ma soprattutto per avviare un confronto tra tutti gli attori della filiera, diretti e indiretti, mirato a sviluppare ulteriormente questa industria, grazie anche a servizi tagliati su misura. Nei numerosi incontri raggruppati sotto l’ombrello dell’iniziativa è venuto fuori che il  settore biomedicale si regge principalmente sulle forniture pubbliche:  assorbono quasi il 70% del mercato interno, con una spesa pro capite, però, inferiore di oltre un quinto alla media europea. L’impatto economico del settore sul territorio nazionale, inoltre, vale di gran lunga l’investimento generatore (e moltiplicatore), prima di tutto a livello sociale, assicurando a tanti italiani una vita migliore e magari più lunga. 

A che cosa si deve questo successo? Prima di tutto ai cospicui investimenti in ricerca e sviluppo: mediamente il  7 per cento del fatturato. Ma la ricerca nel nostro Paese soffre i problemi già denunciati. Potrà proseguire lungo la strada del successo un comparto che per competere globalmente ha bisogno di investimenti sempre più elevati?  Inoltre, la scarsità di regole a difesa dell’impresa italiana, che purtroppo non è prerogativa del biomedicale, contribuisce all’ingresso, talvolta rapace, delle società e/o del capitale straniero in questo settore strategico. Esiste il rischio che l’emigrazione di gioielli del biomedicale Made in Italy si irrobustisca ulteriormente fino a danneggiare dalle fondamenta questo successo tricolore. Quando un settore, un’impresa, fonda il suo successo sull’innovazione è più facile che finisca nel mirino degli interessi internazionali: non c’è nulla di più facile che accaparrarsi tecnologie, abbandonando a se stessi uomini e strumenti. 

Due problemi che stanno emergendo nel biomedicale sono, peraltro, comuni a tutto il sistema imprenditoriale in generale e manifatturiero in particolare. Non esiste un mercato finanziario modernamente sviluppato: il sistema è banco-centrico ma le banche provano sempre maggiore difficoltà a fare il loro mestiere di prestasoldi e le alternative reali sono scarse. Non sono previsti sostegni alla crescita e/o alla aggregazione di imprese che in un Paese dove la micro e piccola impresa sono dominanti ma il “piccolo è bello” ha fatto il suo tempo.

La politica e la macchina burocratica non solo non sostengono il biomedicale ma lo ostacolano. Con le gare per forniture pubbliche attente oramai solo al prezzo e non alla qualità e al servizio prestato. Con i pagamenti costantemente in ritardo: le Asl liquidano le forniture mediamente a 121 giorni (il limite nella Ue è di 60 giorni) con picchi di 1266 giorni. Argomenti scottanti, il cui interesse travalica ampiamente la platea degli addetti ai lavori per le dimensioni sociali, economiche, occupazionali del settore. Eppure, alzi la mano chi ha sentito un candidato che sia uno, in questo scorcio di campagna elettorale, sollevare il problema dei lacci e lacciuoli che possono imbrigliare questo gioiello del Made in Italy.