Verso il cuore bionico

Un investimento di 50 milioni di euro e       5 anni di lavoro per garantire un cuore piccolo artificiale

DI DANILO QUINTO

 

In base ai dati del Centro Nazionale Trapianti (Cnt), nel corso dell’anno 2017, i trapianti di cuore in Italia sono stati 265, mentre alla data del 31 dicembre i pazienti in lista di attesa sono 757, dato più alto dal 2007, quando erano 751. Si scopre meno del 30% della necessità. 

Lasciamo commentare questi dati al professor Gino Gerosa, 60 anni, direttore del Centro di Cardiochirurgia “Vincenzo Gallucci” dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova: “L’Italia è tra i primi posti in Europa in termini di donazioni, ma i dati sullo scompenso cardiaco terminale sono in aumento costante. Per questa ragione, serve la disponibilità di un grande numero di organi”, sostiene Gerosa, che aggiunge: “Le morti cerebrali post-traumatiche sono in forte decremento negli ultimi, grazie all’introduzione del casco e degli altri sistemi di sicurezza automobilistici. Si è così ridotto il numero dei decessi tra i giovanissimi. Mentre, fino a qualche anno fa, l’età prevalente dei donatori di cuore era di 18 anni, oggi è tra i 55 e i 60 anni. In sintesi: il numero dei donatori è alto, ma il profilo si è modificato e quindi ci sono meno cuori disponibili”.

Il reparto di cardiochirurgia diretto dal professor Gerosa – che conta 36 medici, 110 infermieri, 14 tecnici, 33 operatori socio-sanitari, 2 psicologi  e 5 amministrativi – è uno dei più rinomati in Italia, tanto che la percentuale dei pazienti  provenienti da altre regioni è del 20%, il doppio del 2016. Tra gli interventi che vengono effettuati: il by-pass aortocoronarico con tecniche mini-invasive, la riparazione valvolare mitralica e aortica, la sostituzione valvolare con protesi biologiche, meccaniche e di derivazione umana, riparazione di aneurismi all’aorta toracica, i trapianti cardiaci. Le operazioni al cuore sono passate dalle 670 del 2016 alle oltre 1.000 del 2017, con 40 trapianti, in media 1 ogni 15 giorni, 28 interventi Vad (dispositivo di assistenza ventricolare, una pompa meccanica), impianti di cuore artificiale e 140 impianti di Ecmo (ossigenazione extracorporea a membrana).

 

Quali sono, professore, le soluzioni in attesa del trapianto e quali problematiche si registrano?

“C’è la necessita di intervenire con sistemi meccanici. Oltre al Vad, che aiuta nella sua funzione il ventricolo sinistro, possiamo adoperare il Sincardia, inventato negli anni ’50: un apparecchio imgombrante, una specie di zainetto che, attraverso un compressore rumoroso, soffia aria attraverso i tubi collegati al cuore artificiale, distribuito da un’azienda privata che ha sede in Arizona, negli Stati Uniti. Per primi in Italia l’abbiamo impiantato a Padova nel 2007. Poi c’è il cuore artificiale che stanno sviluppando i francesi. Si chiama Carmat, è elettrico, meno rumoroso, ma ancora molto, molto grande: risulta impiantabile su meno del 75% degli uomini e meno del 15% delle donne, non ha ancora il marchio Ce e un’applicazione clinica completa”.

 

Oltre ai francesi, chi sta lavorando su progetti più sofistificati?

“Ci sono nel mondo diversi progetti. Stanno lavorando in Nord America, all’Università dell’Oregon, in Giappone, in Corea del Sud, in Germania, all’Università di Zurigo. Poi, ci siamo noi italiani, con l’equipe che dirigo, con il nostro tasso di innovazione molto alto. Con gli altri ci confrontiamo, ma siamo anche in competizione”.

 

Come l’avete chiamato il vostro progetto?

Cuore bionico, così l’hanno chiamato gli organi di stampa. E’ un cuore meccanico e insieme biologico. Un cuore artificiale totale. E’ un progetto al quale stiamo lavorando da oltre 5 anni. Grazie ai finanziamenti provenienti dalla Regione Veneto, dai progetti europei e da un finanziatore privato, la Fondazione Cariparo, della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ci ha aiutati con un milione di euro, siamo riusciti a mettere a punto l’attuatore: il principio meccanico che sta alla base del cuore artificiale; per il rivestimento saranno utilizzati i tessuti prodotti gra zie alla nostra tecnologia della Medicicina rigenerativa, in modo da assicurare la sua bio-compartibilità”.

 

E ora?

“Dovremmo costruire un motore elettrico lineare miniauturizzato per far muovere l’attuatore, i sensori, immaginare e verificare gli adattamenti e poi avviare la sperimentazione sugli animali. Stiamo cercando 50 milioni di euro, da investire nei prossimi 5 anni per raggiungere il risultato che ci siamo prefissati”. 

 

Non ritiene sia una cifra molto alta?

“Sono convinto che una partnership pubblico-privata possa risolvere il problema e darebbe al nostro progetto, nel quale crediamo fortemente, la necessaria credibilità. Si tratta di un finanziamento di molto inferiore a quello di cui dispongono gli altri. Siamo come sulla riva del fiume, ad attendere la nave che ci aiuti ad attraversarlo e a raggiungere la sponda opposta”.

 

Il vostro cuore artificiale sostituirebbe i trapianti?

 “Come lei sa, i trapianti devono superare la soglia dei 5 anni perché si possa dire che siano riusciti. Con il progetto del cuore artificiale – che sarebbe piccolo, silenzioso, per il quale stiamo anche studiando un sistema di ricarica per il motore elettrico che non richieda i fili da collegare ad una fonte di corrente, per il quale sia sufficiente il contatto della cute con una piccola superficie ‘ricaricante’ - noi vorremmo raggiungere proprio quest’obiettivo: garantire non solo una soluzione “ponte”, ma alternativa al trapianto di organo. Speriamo di riuscire presto  in quest’impresa per aiutare coloro che soffrono”.