Social network, ci faranno bene o male?

Di GAETANO LANZA

La domanda è d’obbligo e la questione, se questi Social poi facciano più bene o più male alla specie umana, è sempre più dibattuta sui media, sugli stessi social e in letteratura.

La domanda è d’obbligo e la questione, se questi Social poi facciano più bene o più male alla specie umana, è sempre più dibattuta sui media, sugli stessi social e in letteratura.

Negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni, le diagnosi di disturbo della personalità da abuso di social media sono aumentate di circa il 7 per cento, lo stesso aumento delle diagnosi di obesità. La denuncia viene anche da molti psicologi e psichiatri, che hanno centuplicato le ricerche e le pubblicazioni sull’argomento.  Niente meno che la Royal Society for Public Health è arrivata a piazzare sul banco degli imputati Instagram. E secondo una recente ricerca su 1.479 giovani fra i 14 e i 24 anni (sudditi di Sua Maestà) la piattaforma in rete di foto e video sarebbe la peggiore causa di danni sulla salute mentale. La dimensione è incredibile se pensiamo che ogni giorno, più di 1.4 miliardi di persone pubblica dettagli della sua vita su Facebook e sono 3.5 miliardi i nuovi “like”, mentre le foto caricate su Instagram son più di 80 milioni. Su Twitter gli utenti attivi sono 320 milioni. In Giappone non molto tempo fa veniva descritta la sindrome degli Hikikomori, cioè gli adolescenti che rifiutano il mondo e si chiudono in camera per non uscirne più per mesi, anni o addirittura per tutta la vita. La stessa sindrome veniva descritta anche in Europa e in Italia. I primi casi italiani, sporadici e isolati, sono stati diagnosticati nel 2007, e da allora il fenomeno ha continuato a crescere e, seppure con numeri diversi da quelli giapponesi, a diffondersi. Come se non bastasse il noto psichiatra Vittorino Andreoli asserisce che gli smartphone, la rete e i social sono i ‘killer’ della morte sociale. Ci sono tre tipi di morte – spiega Andreoli – la morte fisica che cancella il corpo; la morte psicologica, cioè della personalità che si distrugge senza toccare il corpo. C’è poi la morte sociale, quella che rovina il ruolo di una persona nella società. E i social contribuirebbero proprio a causare il terzo tipo di morte, quella sociale. Mente, corpo e relazioni sociali mostrano una circolarità – aggiunge Andreoli. Se io miglioro la condizione del corpo sicuramente questo si riflette sulla mente. La mente permette le relazioni sociali. Gli appassionati dei social sarebbero quindi dei frustrati, vivono solo in un mondo virtuale. “Se si chiude il telefonino c’è il vuoto e nello smartphone c’è il narcisismo”. Ergo, i social ci stanno facendo male.

Voltiamo pagina e leggiamo un interessante articolo apparso di recente su Stroke e intitolato “New Horizons for Stroke Medicine. Understanding the Value of Social Media, che fa riferimento al ruolo importante e allo sviluppo dei social media nell’informazione e formazione  medica, ai  benefici per i pazienti per quanto riguarda esperienze riportate e consigli utili messi in rete, nonché benefici per i medici per quanto riguarda scambi di opinioni, ad esempio Twitter in corso di conferenze, news in rete sulla ricerca e così via. Lo sviluppo portentoso e la diffusione esponenziale dei social in campo medico ha comportato anche la necessità e l’opportunità di condividere e pubblicare statement e dichiarazioni etiche come good medical practice da parte di  organizzazioni e comitati. Insomma, i social sono un’opportunità per lo sviluppo della scienza e la professione medica. Ergo, i social ci stanno facendo bene.

 

Come recita una massima latina della filosofia medievale scolastica, che si rifà ad Aristotele nell’Etica Nicomachea, “in medio stat virtus”. Possiamo credere e sostenere che i social sono come i farmaci. Se presi in giusta dose e nella opportuna indicazione possono salvare la vita, altrimenti sono veleni. In fondo i social sono moderna tecnologia. E allora l’auspicio deve essere che la tecnologia sia sempre al servizio dell’uomo e non viceversa.