Gianni Tamburi, il Cuccia 4.0

Di Andrea Giacobino

Enrico Cuccia, il più grande banchiere d’affari mai esistito in Italia e probabilmente uno dei più importanti del secolo scorso, è scomparso nel Duemila. Un anno prima, a Milano, a due passi dalla sede di quella Mediobanca fondata dal banchiere siciliano dagli occhi di ghiaccio, nasceva Tamburi Investment Partners (Tip), merchant bank che porta le stimmate di Giovanni (“Gianni”) Tamburi.

Romano, classe 1954, Tamburi fa le sue prime esperienze in un “salotto” meneghino dell’alta finanza legato a Carlo De Benedetti, quella Euromobiliare orchestrata da un banchiere d’affari capace come Guido Roberto Vitale, ancora oggi attivissimo. 

Tamburi è uno dei “ragazzi” più promettenti di Euromobiliare che ha sfornato una lista di personaggi di indubbio calibro, ma è il primo ad aver capito che il regno di Mediobanca può essere insidiato. O, meglio si può fare concorrenza alla creatura di Cuccia concentrando il business e gli investimenti sulle eccellenze del Made in Italy mentre l’istituto di Via Filodrammatici ha costruito le sue fortune comprando partecipazioni nei grandi gruppi, da Agnelli a Pirelli, da Pesenti a Rcs e alle Assicurazioni Generali. E i grandi capitalisti di quel tempo erano anche azionisti di Mediobanca, che però viveva grazie al denaro che raccoglieva attraverso la rete degli sportelli delle banche pubbliche dell’Iri, che erano socie ma contavano poco.

Tamburi può tenere a battesimo Tip, poi quotata, grazie alle relazioni che si è costruito in Euromobiliare e individua un gruppo di partenza di famiglie facoltose che credono nel suo progetto. Sono dinastie pesanti economicamente, ma meno sotto le luci delle ribalta, quasi tutte escluse dal “salotto buono” di Mediobanca per mancanza di “pedigree” adeguato. Nomi come i D’Amico della D’Amico Shipping, i Lavazza, gli Angelini (proprietari di un grande gruppo farmaceutico, ma anche di marchi come “Pampers” e “Kleenex”), i Lunelli (spumante Ferrari), i Ferrero (non i re dei dolci, ma i siderurgici piemontesi), Isabella Seragnoli (la più importante imprenditrice bolognese, a capo del Gruppo Coesia) fino a Enzo Ricci, l’ex proprietario delle Tre Marie e oggi re dell’immobiliare nel fashion district di Milano, oltre a un manager capace come Valerio Battista che ora guida Prysmian. A oggi sono 150 le famiglie che investono con Tamburi e il suo nocciolo originario di manager come Alessandra Gritti e Claudio Berretti.

“Molti investimenti li cogliamo al volo. Se si guarda alla rotazione di portafoglio delle holding di Piazza Affari, noi siamo quelli più dinamici. Investiamo e vendiamo continuamente”. Il credo di Tamburi è tutto qui: usare il denaro dei suoi soci non solo e non tanto per farglielo ritornare in tasca sotto forma di rendimento (cosa doverosa per un banchiere d’affari quotato), ma anche utilizzarlo per puntare su aziende italiane medio-grandi che possano crescere nonostante la preoccupante rarefazione del credito da parte delle banche tradizionali. In questi 18 anni Tip ha investito quasi due miliardi di euro in oltre 600 imprese nazionali e il titolo in Borsa è migliorato del 30%, offrendo una rivalutazione del capitale più i dividendi pari al 70%.

L’elenco degli investimenti “azzeccati” è lungo: da Amplifon ad Azimut, da Alpitour a Digital Magics, dai Guzzini a Furla, da Interpump a Moncler e Prysmian fino alla Eataly di Oscar Farinetti che andrà in quotazione il prossimo anno.

“L’Italia – spiega Tamburi – è piena di imprenditori bravi e ogni settimana ne scopro di nuovi che hanno storie meravigliose da raccontare”.

Non è un caso che molti imprenditori italiani di eccellenza si affidino al banchiere romano e tengano fuori dalla porta i grandi fondi americani di private equity che hanno logiche di breve periodo e mirano solo al ritorno sull’investimento. Mentre Tip affianca l’azionista e supporta il management in modo continuativo, non solo con l’apporto finanziario.

“Io – specifica Tamburi – faccio parte di quelli che pensano che la dimensione non sia tutto, che se sei bravo puoi essere anche Marinella. Ma la dimensione ha un suo peso e certamente andremo verso un consolidamento del mercato”. E questo spiega perché il banchiere non crede più di tanto nella “diversificazione” ma – assicura – “continuerò a puntare su settori conosciuti”.

I comparti industriali dove verranno spesi i nuovi fondi raccolti “sono quelli che conosciamo e che ci piacciono, quelli delle aziende industriali italiane: meccanica, tecnologia, distribuzione, Made in Italy, nautica, lusso”. Convinto com’è che la grande crisi della finanza globale, iniziata nel 2008 e i cui sintomi ancora oggi si avvertono, sia stata anche una grande opportunità.