Oggi a Hong Kong, domani a Shangai

Di Stefania Tucci

 

Sono passati quasi ventuno anni dall’ottobre 1997, quando sull’isola di Hong Kong fu ammainata la bandiera inglese e issata quella rossa cinese.

All’epoca molti, tra i nostalgici del colonialismo vittoriano, pensarono che fosse finita un’epoca, contraddistinta tra l’altro da una grande libertà con cui si conducevano gli affari nella colonia asiatica dell’Inghilterra. Dove vigevano le stesse regole della City di Londra, con l’aggiunta di un regime fiscale particolarmente vantaggioso e con l’anonimato per gli azionisti delle società. Si trattava in pratica di un esotico “paradiso fiscale”.

Ma come fece un’isola tropicale, disabitata fino al 1840, a diventare una così importante pedina dell’espansione inglese nell’Estremo Oriente? Per rispondere bisogna andare alle guerre dell’oppio: la prima durata dal 1839 al 1842, la seconda dal 1856 al 1860.

I due conflitti contrapposero l’Impero al Regno Unito, i cui interessi militari e commerciali nella regione erano stati posti sotto il controllo della Compagnia britannica delle Indie orientali. 

Le guerre giunsero al culmine di annose dispute commerciali tra i due Paesi: in risposta alla penetrazione britannica che aveva aperto il mercato cinese all'oppio proveniente dall'India, Pechino inasprì i propri divieti sulla droga e ciò scatenò il conflitto.

Sconfitto in entrambe le guerre, l'Impero cinese fu costretto a tollerare il commercio dell'oppio e a firmare con i britannici i trattati di Nanchino e di Tientsin, che prevedevano l'apertura di nuovi porti al commercio e la cessione dell'isola di Hong Kong al Regno Unito.

Negli anni della dominazione britannica, l’isola ha conosciuto sviluppo e prosperità importanti, visibili anche dalla grandiosa architettura che domina lo skyline con avveniristici grattacieli progettati dai più famosi architetti del mondo.

Sotto l’Union Jack la comunità internazionale, prevalentemente finanziaria, conduceva una vita prospera, alternando affari e serate mondane nelle lussuose residenze sulle pendici del Peak, la collina che domina l’isola e che, grazie alla sia pure modesta altitudine, assicurava una maggiore ventilazione rispetto al caldo umido della baia.

Sulla terraferma di fronte all’isola, a Kowloon, sorse nel 1880 il raffinato Peninsula Hotel, simbolo dei viaggiatori imperiali che ovunque nel mondo inglese, e quindi “civile”, risiedevano con gli stessi lussi, serviti da stuoli di manodopera locale, sotto la mano ferma di direttori europei.

Questo mondo di “westerners” privilegiati pensò che l’arrivo dei cinesi di Pechino, per giunta da nuovi “padroni” dell’isola, avrebbe significato la fine del vecchio mondo.

Invece, astutamente, i cinesi hanno tenuto fede agli impegni di un unico Paese con due sistemi e non hanno minimamente ridotto o reso solo più complesso l’ambiente “friendly” con cui si possono condurre le attività economiche e finanziarie a Hong Kong.

Da segnalare che nel 1997 l’economia dell’ex colonia valeva un quinto dell’economia di tutta la Cina, ora che quest’ultima è cresciuta ai ritmi serrati a tutti noti, il rapporto è profondamente variato e Hong Kong pesa all’incirca un ventesimo del totale del prodotto interno lordo cinese. 

Quando il governo di Pechino si è trovato ad amministrare la città ha deciso di usarla come “laboratorio” per provare una serie di riforme economiche e finanziarie volte ad accelerare l’apertura dell’economia cinese al mondo globalizzato.

Questo rispecchia sempre il solco delle loro tradizioni millenarie che videro, anche nel passato, gli imperatori fare concessioni al mercanti nelle città di Canton e Shanghai, prima di estenderle a tutto l’impero. L’area della Hakka, grazie all’apertura permessa dal governo centrale e all’industriosità della propria popolazione, è sempre stata quella più progredita e sviluppata dal punto di vista economico, sede delle attività delle più importanti famiglie di commercianti e imprenditori anche durante gli anni della Cina imperiale, quando in genere poco era concesso alla classe dei mercanti, meno stimati socialmente rispetto alla burocrazia imperiale e agli alti gradi dell’esercito.

Quando il governo di Pechino ha cominciato a consentire una, sia pure ristretta, convertibilità dello yuan ha usato la piazza di Hong Kong per lanciare le prime emissioni di bond in valuta, i cosiddetti Dim Sum bonds. Già nel 2004 la Borsa di Hong Kong ha stretto accordi commerciali con quella di Londra per le linee di currency swaps, che consentono agli operatori internazionali di commerciare liberamente in yuan.

Sempre a Hong Kong è possibile effettuare investimenti in tutto il mondo senza alcuna limitazione, anche dopo che il governo di Pechino ha impresso una forte stretta all’esportazione di capitali all’estero, inclusi i Fdi (Foreign direct investment), destinati agli investimenti.

A Hong Kong esiste anche, dal punto di vista politico, il primo esperimento di elezioni pubbliche, anche se la lista dei possibili candidati per cui votare deve aver avuto il benestare del governo centrale.

E’ consentito, inoltre, il pieno accesso a internet, perfino su temi quali Tibet e Taiwan che nel resto della Cina subiscono limitazioni. E quando il governo centrale vuole far filtrare una notizia non tramite comunicato ufficiale, usa il “South China Morning Post” - il quotidiano di Hong Kong - per la sua pubblicazione. Che si potrebbe sempre smentire senza perdere di credibilità, benché in questi anni non sia quasi mai accaduto.

Ovviamente, come “l’esperimento” riesce, viene replicato anche a Shangai, che per i cinesi è la principale città commerciale, a sua volta molto aperta verso l’esterno, elegante biglietto da visita per il mondo degli affari, come ha dimostrato l’efficiente e grandiosa organizzazione dell’Expo2010.Il rischio per Hong Kong potrebbe essere quello di una marginalizzazione rispetto al resto della Cina e di una forte concorrenza di Shanghai per la Borsa, ma non certo quello di una perdita di libertà economiche e commerciali.

Per finire con una piccola nota di colore: il servizio al Peninsula Hotel è sempre impeccabile ma oggi i clienti sono in maggioranza cinesi e lo staff è multietnico, con anche molti giovani “westerners” che acquisiscono esperienza e uso di mondo con la raffinatezza orientale.