STORIE DI MANI E DI ARTIGIANI

di Martina De Vivo e Federica Troiani

Per una piccola impresa su tre non c’è futuro. A prescindere dal mercato, la saracinesca calerà definitivamente con l’ultima uscita dell’imprenditore.

Eppure, per contrasto, giovani e meno giovani in fuga dalla crisi riscoprono i lavori artigiani. Sfidando il precariato. E piegando a manifatture antiche le nuove tecnologie. Magari innovando la tradizione con innesti creativi. 

E’ il caso delle tre storie esemplari descritte in seguito. Tre artigiani che in comune hanno la mancanza di retroterra imprenditoriale familiare. Tutti, però, con un profondo legame con il proprio territorio. Dal quale non temono di proiettarsi ben al di là e perfino oltre confine. Anche oltre i confini della tradizione. (Pi.Ro.)

 

Arte/Carte

“Non chiamatemi artista, sono un artigiano”. Così si definisce Roberto Gatti che da quasi quarant’anni a Modena nel suo ‘Laboratorio d'arte grafica’ tra antichissimi e rari torchi esegue la stampa manuale e originale, salvaguardando così le antiche tecniche incisorie.

“La fase di stampa è solo l’ultima parte del lavoro: prima c’è la progettazione, la scelta delle tecniche, la realizzazione delle lastre ed è qui che l’artigiano mette la sua esperienza al servizio dell’artista”. E nel suo mestiere la parola ‘artigianale’ ci sta proprio bene. Anzi, come dice Gatti, è “uno dei mestieri più artigianali che ci siano” perché nasce da un saper fare che è frutto di anni di esperienza e di un rapporto strettissimo con la manualità. 

Aprire un laboratorio non era nei sui progetti: “All’epoca non avevo degli obiettivi predefiniti. Facevo un po’ di tutto, dalle vendite alle mostre. Questo mestiere mi ha conquistato giorno dopo giorno”. 

Il legame con la provincia modenese e con i suoi artisti ha da sempre caratterizzato il modus operandi del Laboratorio basato sullo scambio di idee con l’artista committente con il quale, tutti i giorni e a tutte le ore, condivide l’obiettivo di un prodotto di qualità. “A un certo punto ho capito che l’ambiente dell’arte stava cambiando rispetto a quando ho iniziato e che quindi non potevo più essere così intransigente ma che dovevo aprirmi al contemporaneo, dalla fotografia al digitale”. 

Ma stare al passo con i tempi non ha significato abbandonare le antiche tecniche. Roberto, pur essendo un artigiano vecchio stampo si è opportunamente ‘connesso al cambiamento’ limitando la sua intransigenza al rispetto per l’antica arte che non riproduce copie ma crea stampe originali.

Il legno sul naso

L’idea della Woo Class nasce per caso. E’ stata una coincidenza quella che ha portato Jochen Andreas Zeh, scultore e restauratore, e Lisa Gabellini, arredatrice di interni, ad avventurarsi nel percorso che li ha spinti a condurre un’azienda che realizza occhiali sartoriali: 100% naturali e artigianali. 

La figlia Costanza a quattro anni ebbe la necessità di portare gli occhiali da vista: con il suo naso carnoso da subito trovò scomoda la montatura, ma che fare? Non esisteva un marchio che realizzasse occhiali su misura per i bambini. Cosi da una sfida lanciata quasi per gioco da un loro amico ottico, Jochen iniziò a studiare e a lavorare il legno per creare degli occhiali su misura per Costanza. Da lì a poco lo studio di casa si trasformò in un laboratorio che ospitava giornalmente gli esperimenti della coppia del Mugello. E così, tentativo dopo tentativo, dal basamento in legno di una scultura nasce il primo prototipo della Woo Class, fondata ufficialmente nel 2011. 

L’ergonomia e l’unicità sono stati sin dal principio i punti di forza di questi occhiali orgogliosamente Made in Italy ma che vengono esportati in tutto il mondo: dal Nord Europa alla Cina passando per gli Usa, dove sono apprezzati anche da celebrità come Oprah Winfrey e che in pochi anni hanno conquistato il mercato mondiale degli occhiali di nicchia.  “Il nostro è un prodotto green al 100%, biodegradabile e anallergico che nasce da più di 80 fasi di lavorazione manuale (Lisa tiene a ribadire) i nostri occhiali non sono verniciati, ma imbevuti in una miscela speciale di oli vegetali quindi adatti anche ai più piccoli”. Il lavoro di Jochen e Lisa è di tipo sartoriale - “Scegliamo il legno come il sarto sceglie le stoffe” - e probabilmente è proprio la grande attenzione a tutti i dettagli che ha consentito a Jochen e a Lisa di costruire una realtà solida, sia pure piccola: un’impresa familiare che contribuisce a rendere grande il Made in Italy nel mondo.

Moda e non più moda

Formazione italiana e poi fuga all’estero alla ricerca di opportunità che il nostro Paese non era in grado di fornire. Ma, a differenza di molti suoi coetanei, Gloria Bellardi ha deciso di rientrare e restituire alla nostra economia il valore delle esperienze acquisite all’estero. Fashion designer classe 1986, dopo tanta formazione in Italia e a Londra, ha deciso di tornare a Pesaro, la sua città natale, con un bagaglio carico di conoscenza e voglia di fare. “Volevo riportare in Italia la mia visione della moda - racconta Gloria - e supportare un’evoluzione culturale che riporta il concetto del fashion più verso l’arte, slegandolo per quanto possibile dall’aspetto meramente commerciale”.  Al rientro registra ufficialmente il suo marchio e apre, poco dopo, il Gloria Bellardi Lab&Shop dove inizia a creare collezioni composte da pochi capi personalizzati. 

“La mia ambizione  - racconta - è sempre stata quella di creare capi senza tempo, che non seguano necessariamente le tendenze del momento, ma che siano dei pezzi unici, riutilizzabili esattamente così come sono tra dieci anni o molto di più”.  Ma è l’individuazione dei materiali il fulcro del suo lavoro: i capi, 100% Made in Italy, vengono realizzati utilizzando materiali acquistati esclusivamente da fornitori italiani. Versatilità e autenticità sono le caratteristiche degli abiti che Gloria progetta e crea nel suo studio dove propone le collezioni, lavora come stilista e organizza incontri per parlare di moda. Non solo: la fashion designer marchigiana tiene corsi di formazione per grandi e piccini e mette a servizio della comunità la propria esperienza occupandosi di turismo esperienziale legato sì allo shopping, ma quello artigianale per le vie della città. “A Pesaro – sottolinea - ho trovato una dimensione tutta mia in cui ho la possibilità di esprimermi al meglio attraverso il mio lavoro e distinguermi per ciò che faccio e che amo”.