Taglia-debito: la strada è una

Di Enrico Cisnetto

Tre indizi fanno una prova, cinque una certezza. Prima il World Economic Outlook dell’Fmi, poi le scelte della Bce, il quadro del Def, il monito di S&P che accompagna la conferma del “rating Paese” e infine Bankitalia ci dicono tutti la stessa cosa: l’Italia va a rilento, con l’attuale crescita dovuta a fattori esogeni e il futuro che, in un contesto in rallentamento, è più incerto che altrove. E la certezza è che la crisi non è per nulla definitivamente alle nostre spalle, tanto che se non ci muoviamo subito l’annunciato rallentamento finirà col farci tornare indietro.

L’Fmi certifica che se nel 2017 l’economia è cresciuta molto bene a livello mondiale (+3,7%) e discretamente nell’area euro (+2,85%), molto meno bene è andata da noi (+1,5%) e così sarà anche nel 2018 e 2019. Inoltre, c’è da mettere agli atti che il reddito pro-capite della Spagna, salito a 38.286 dollari, ha superato quello dell’Italia (38.140). Tutto questo, purtroppo, in un contesto di tensioni geopolitiche, di guerra commerciale, di turbolenze dei mercati e di inflazione che non cresce. In tale scenario, e di fronte alla “perdita di slancio” dell’economia, la Bce ha lasciato invariati sia tassi di interesse che il piano di acquisti di titoli di stato (il famoso QE), ormai in dirittura d’arrivo, però. Tuttavia, di fronte a segnali negativi “inaspettati” o “sorprendenti”, oltre a invocare le tre P teologali (prudenza, pazienza e persistenza) il presidente della Bce, Mario Draghi, è stato chiaro: “è necessario ripristinare i margini di bilancio nei Paesi con alto debito pubblico”. In pratica parlava dell’Italia, che è il Paese che ha perso di più durante la crisi e che ora cresce di meno.

La spiegazione la si ritrova nel Def. Se pure il pil per il 2018 è stato alzato all’1,5%, scenderà poi all’1,4% nel 2019 e all’1,3% nel 2020, con potenziali ulteriori effetti recessivi qualora dovesse scattare l’aumento dell’Iva (19,2 miliardi nel biennio). A dimostrazione che la precaria situazione di finanza pubblica restringe i margini di manovra e toglie fiato alla ripresa. Infatti, la progressiva riduzione del deficit – dal 2,3% del 2017 all’1,6% di quest’anno e di otto decimali il prossimo – può affogare la debole ripresa, come anche il rischio che una guerra commerciale, che può sottrarre fino a otto decimali di pil. Ma, ovviamente, ciò che ci rende più vulnerabili e fragili degli altri è il debito, che ci costa 70 miliardi l’anno.

Finalmente, come è scritto nel Def, sono state avviate dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato. Bene nell’intento, ma male nella realizzazione, perché in sei anni (dal 2015 al 2020) se ne ricavano 4,83 miliardi, che rappresentano solo lo 0,2% dei 2280 che abbiamo sul groppone. Un’inezia, ancor più se si considera che il valore del patrimonio immobiliare pubblico è stimato intorno ai 400 miliardi. Allora, perché non accelerare su questa strada, conferendo progressivamente gli immobili ad una società da quotare in Borsa che possa gestirli, tagliando così il debito in modo consistente? Qui le nubi si addensano e le previsioni si fanno nere, bisogna riparare il tetto prima della tempesta. (twitter @ecisnetto)