La sanità ha bisogno di concretezza non di fuorvianti guerre di religione

DI Pietro Romano 

Vaccini sì, vaccini no? Non mi appassionano le guerre di religione. Ma mi impauriscono le posizioni per partito preso. E vieppiù i dogma del mainstream, quello che sa sempre tutto meglio di tutti e poi nasconde i propri errori sotto la sua saccenteria.

La salute è troppo importante per lasciarne discutere gli ignoranti sui social media. Ma penso che per la salute possa valere quanto si diceva per la guerra: è troppo importante per lasciarla decidere (e condurre) ai soli generali. Troppi interessi in ballo. E troppi interessati. Non sempre i mandarini sono i depositari del bene. Scandali come quello del talidomide sono scolpiti nella memoria. E così le colpe dei mandarini rassicuranti di allora. Di certo colpisce che i talebani delle vaccinazioni-di-tutti-contro-tutto a bambini, adulti e vecchi italiani siano spesso gli stessi che alzerebbero alti lai al cielo se si imponesse agli immigrati, prima di farli entrare nel nostro Paese, una valutazione del loro stato di salute, e della loro eventuale pericolosità per la collettività. Esattamente come facevano negli Stati Uniti per gli emigranti, italiani o da dovunque provenissero. Tanto per dimostrare che “anche noi emigravamo” – verissimo – ma a ben altre condizioni. Prima di tutto, e non solo, sanitarie.

Quanto a un discorso scientifico sui vaccini mi sembra aprire orizzonti nuovi la recentissima ricerca dell’Agenzia del farmaco, sulla quale promettiamo di tornare a – si spera – discussione meno surriscaldata.

Vaccinomania – pro e contro – a parte, avendo un nuovo governo dall’atteggiamento più “laico” dei precedenti in tema sanitario, Ore12 si permette di porre sull’avviso, relativamente a un paio di altri temi, non solo il ministro competente, Giulia Grillo, ma l’intero esecutivo. Se avranno la bontà di leggerci, anche per interposti collaboratori.

Prima di tutto ci piace chiedere ai membri del nuovo governo una riflessione sulla debacle qualitativa (ed economica) sofferta dalla sanità italiana dopo la sua regionalizzazione. Dal podio mondiale, decretato da diverse ricerche internazionali indipendenti, a figure spesso barbine, con malati che sciamano da una regione all’altra, alla richiesta del sacrosanto diritto alla salute negato a casa propria. Dopo aver, magari, sborsato tributi più esosi dei connazionali che hanno la fortuna di vivere a qualche centinaio di chilometri da loro e sono assistiti a dovere.

La sciagurata riforma del Titolo quinto della Costituzione voluta dall’allora governo di centrosinistra per meschini calcoli elettorali, si è dimostrata un fallimento, soprattutto in materia sanitaria. Aveva ragione Matteo Renzi a volerla cassare. Ma con questa acqua sporca voleva buttare anche il bambino, vale a dire norme efficaci. E alla fine incoronarsi Napoleone. Ma gli italiani hanno finito per buttare lui e i suoi più stretti sodali.

Uscito di scena Renzi, però, non è detto che non si possa riprendere il discorso più freddamente. Evitando, cioè, la guerra civile, fortunatamente incruenta, nella quale sono stati coinvolti per un tempo lunghissimo gli italiani, accantonando problemi ben più gravi. 

La potestà sanitaria non è l’unica questione che il governo si trova ad affrontare. Una ricerca curata dall’istituto Eurispes per conto e in collaborazione con l’Enpam, l’ente di previdenza dei medici, ha registrato che l’Italia dispone del più alto numero di macchinari medici per abitante tra i grandi Paesi europei. Senonché molti di questi sono obsoleti, non revisionati, lasciati ad arrugginire in strutture non aperte al pubblico, utilizzati da personale non qualificato o non utilizzati per nulla. Perché è più facile comprare materiali a rotta di collo (magari per poterci fare la cresta) che tenerli efficienti e adoperarli al meglio. Ribaltare tale tendenza, questa sì – ritiene Ore12 - che sarebbe una inversione a 180 gradi degna di un “governo del cambiamento”.