Si fa presto a chiamarla moneta

 

DI RANIERI RAZZANTE

Sono ormai lontani gli anni in cui era possibile considerare la moneta come un mero dischetto di metallo coniato per facilitare gli scambi. 

Oggi si pensa alla moneta con un nuovo approccio, che tiene in considerazione l’evolversi del sistema economico e, soprattutto, della tecnologia.

Il rischio (che vedo comunque assai remoto) è che la moneta fisica tenda col tempo a scomparire, lasciando spazio a nuove forme e modalità di pagamento. Tuttavia, così come dalla nascita essa continua ad assolvere le funzioni che le sono proprie e che tradizionalmente possono distinguersi in: pagamento, conto e riserva.

Solo per completezza, ricordo che la funzione di pagamento consiste nell’assicurare uno scambio di beni a fronte di un corrispettivo. In tal senso, la moneta diviene strumento di pagamento accettato convenzionalmente in un dato contesto e impiegato per facilitare l’acquisto di beni, senza dover ricorrere allo scambio diretto.

La seconda funzione, “unità di conto”, consiste invece nella capacità di misurazione del valore delle attività reali e finanziarie e degli scambi.

In ultimo, per funzione di “riserva” si intende la possibilità di poter riutilizzare la moneta per l’acquisto di beni e servizi.

Pur rimanendo salde queste funzioni, nell’ultimo ventennio i sistemi di pagamento hanno subito una forte evoluzione, incidendo significativamente sul comportamento dei consumatori nelle transazioni commerciali. Infatti, il proliferare di strumenti di pagamento a elevato contenuto tecnologico ha se non altro messo in “crisi” il ruolo ancora oggi dominante del contante nelle modalità di pagamento. 

 

Basti pensare alla moneta elettronica, cioè allo strumento di pagamento il cui valore monetario è memorizzato su un dispositivo elettronico in possesso del cliente e spendibile presso soggetti diversi dall’emittente. Da anni ormai per pagare un bene o un servizio in rete sono utilizzabili vari sistemi, sia legati a trasferimenti di fondi, gestititi dunque da enti finanziari, sia con caratteristiche analoghe al contante, come le carte prepagate.

A conferma dell’evoluzione della figura della moneta intesa tradizionalmente, negli ultimi anni il sistema economico e finanziario ha dovuto confrontarsi con l’ascesa della cosiddetta moneta virtuale, un tipo di moneta digitale non regolamentata, emessa e controllata in base ad algoritmi informatici, che può essere accettata su base volontaria dalle parti di una transazione come mezzo di pagamento alternativo alla moneta legale. Tra queste, il bitcoin è certamente quella che ha acquistato più rilevanza nell’ultimo anno, pur essendo ancora limitata la sua diffusione nel nostro Paese. Il progressivo sviluppo di questo fenomeno è comunque sotto il costante controllo della Banca d’Italia che, unitamente alle altre componenti dell’Eurosistema, monitora l’evolversi della situazione al fine di valutarne benefici e relativi rischi. Il bitcoin nasce nel 2009 da un internauta con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. E con tale termine s’intende anche il software open source pensato per realizzare il protocollo di comunicazione e la rete peer-to-peer.

La sua prima descrizione è fatta risalire al 1998 a opera di Wei Dai nella mailing list cypherpunks ed è una delle prime realizzazioni dell’idea di crittovaluta, studiata per creare una forma di denaro digitale nuova, sia per il pagamento di beni che come mezzo di rimborso dei debiti.

Le maggiori peculiarità di tale moneta risiedono nell’impiego di tecniche crittografiche a base della sua coniatura (mining o estrazione), nel decentramento della possibilità di coniare di nuova e nell’assenza di autorità centrali deputate al controllo e gestione del sistema di creazione di scambio.

Subito dopo la sua nascita il bitcoin ha visto accrescere l’attenzione degli utenti e dei “curiosi” nei suoi confronti, al punto che già nel settembre 2012, al fine di garantire, standardizzare e promuovere i bitcoin, fu creata la fondazione Bitcoin.

Nello stesso anno la Banca centrale europea ha reso noto un documento di studio che può essere considerato un primo tentativo di fornire le basi per una discussione sui regimi di valuta virtuale. In particolare, in quella sede la Bce si è occupata di definire e classificare i regimi valutari virtuali, illustrando le loro modalità di pagamento. 

Come spesso accade quando si pone l’attenzione a nuovi fenomeni, soffermarsi su qualche dato può meglio di ogni altra riflessione descrivere compiutamente la situazione attuale. 

Gli utenti di questo sistema sono generalmente individui interessati alla novità, con una certa propensione alla spesa e con un altro grado di istruzione. A oggi è di circa cinque milioni il numero di portafogli scaricati. Dati, questi, che sottolineano come dal nulla il sistema Bitcoin sia diventato una realtà economica e monetaria in piena espansione, sulla quale appare pertanto necessario porre la dovuta attenzione.

Semplificando, non esiste alcuna banca o autorità centrale che stampa moneta e influenza il valore di un bitcoin, affidato invece solo alle leggi della domanda e dell’offerta. Quindi, nel caso di specie lo status di moneta deriva dalla mera circostanza che più soggetti accettano di usarla come tale. 

Si è dunque in presenza di file criptati generati in maniera anonima da un dispositivo connesso alla rete, sul quale opera un apposito software in grado di eseguire determinate transazioni. Queste ultime si realizzano mediante un complicato sistema di “crittografia a chiave pubblica” che si serve della tecnologia informatica peer-to-peer, privo di server centrale, ovvero una cavillosa configurazione che prevede l’assoluto anonimato e la non tracciabilità da parte di alcuna autorità monetaria internazionale. In pratica, qualsiasi computer può scaricare un software e collegarsi alla rete Bitcoin; attivando l’opzione “genera bitcoin” sarà in tal modo possibile partecipare al processo di creazione. Tuttavia, i bitcoin non sono illimitati, ma possono essere coniati in misura prefissata, stabilita in 21 milioni di unità. In modo del tutto casuale, la rete Bitcoin produce e distribuisce un certo ammontare di monete, circa sei volta l’ora, a vantaggio di chi è abilitato all’opzione “genera bitcoin”.

Come detto, il fenomeno Bitcoin è sotto l’occhio vigile della Banca d’Italia e delle banche centrali di tutto il mondo. Va precisato che le monete virtuali non sono assimilabili alla moneta legale e i loro utilizzatori non sono tutelati dai rischi a essi associati. Così come le altre monete virtuali, il bitcoin ha un valore puramente fiduciario, che non è controllato o garantito da alcun istituto di emissione centrale. Anche per tale motivo è molto variabile, con rischi non irrilevanti per chi ne detiene. Dalle statistiche disponibili è emerso che nel mese di marzo di quest’anno il controvalore in euro di una unità di bitcoin si era addirittura dimezzato rispetto al picco raggiunto nel dicembre del 2013, registrando oscillazioni medie giornaliere pari a circa il 4%, con punte superiori al 10%.

È la stessa Banca d’Italia a sottolineare che, come da ricerche condotte a livello internazionale, emergerebbe che la maggior parte delle unità di bitcoin sarebbe detenuta per fini speculativi; l’anonimato che caratterizza le transazioni, facilitando la possibile elusione di vincoli normativi al trasferimento di fondi, renderebbe inoltre questa valuta virtuale utilizzabile per finalità illecite.

Ciò detto, i maggiori rischi legati all’utilizzo di bitcoin, oltre a quelli di un possibile impiego a fini illeciti, sono ricollegabili a profili di tutela del consumatore. Nei casi di furto da parte di hacker, ovvero di chiusura delle piattaforme di scambio presso cui si sono verificate perdite su bitcoin, i detentori degli stessi attualmente sarebbero privi di forme di tutela. 

Il giurista è chiamato, dunque, a interrogarsi su quale possa essere il corretto inquadramento giuridico del sistema Bitcoin, e in più generale della moneta virtuale. Ne discende che gli ordinamenti sono chiamati a dare risposte normative e a dettare un regolamento. Tuttavia, salvo in Germania (dove il bitcoin ha natura di valuta complementare e come tale può essere utilizzata come mezzo di pagamento) e negli Usa, a oggi nessun ordinamento ha provveduto a inquadrare giuridicamente i bitcoin, se non con alcuni interventi concernenti gli aspetti fiscali.

In Italia, invece, la discussione è ancora in fase embrionale e meramente accademica, con la Banca d’Italia e l’Uif che sino ad oggi si sono limitate a segnalare i profili di pericolosità dell’utilizzo di criptocurrencies a fini di riciclaggio e finanziamento del terrorismo

In ogni caso, ciò che è certo è che sarebbe errato ricondurre il sistema Bitcoin (e delle criptovalute in generale) alla categoria giuridica della moneta, poiché, come è stato anticipato, il denaro è quell’insieme di monete e banconote che viene autorizzato ed emesso dalle banche centrali per conto degli Stati e che da essi riceve valore legale. Dunque, il bitcoin non assolve tutte le tipiche funzioni monetarie, poiché possiede solo alcune delle caratteristiche della moneta.

Spesso allora, erroneamente, si tenta di far rientrare il bitcoin nella disciplina giuridica dedicata alla moneta elettronica. Ma anche la regolamentazione di detto settore non lo contempla, visto che sono ad oggi fondamentalmente tre i criteri che definiscono la moneta elettronica: deve essere memorizzata elettronicamente, deve essere emessa dietro ricezione di fondi di importi non inferiori al valore monetario emesso, deve essere accettata come mezzo di pagamento da imprese diverse dall’emittente. 

La difficoltà di riuscire a inquadrare correttamente i bitcoin risiede nei diversi possibili utilizzi che tale moneta virtuale possiede. Sembrerebbe dunque questo il principale ostacolo in cui potrebbe incorrere il legislatore.

 Il “successo” del bitcoin risiede proprio nelle sue molteplici configurazioni, che consentono di ridurre i costi spesso elevati delle transazioni, ma al contempo di sviluppare e innovare il sistema finanziario.

In conclusione, gli obiettivi che dovrebbe, almeno in una prima fase, perseguire il legislatore sono: innanzitutto definire che cosa s’intende, o meglio che cosa si vuole intendere, per bitcoin e criptovalute. Dopo aver fornito una precisa indicazione in tal senso, provvedere a dettare concrete forme di garanzia per gli operatori: non solo i consumatori, ma anche le aziende e gli esercizi commerciali che decideranno di accettare tali forme di pagamento. Infine, sarà necessario disciplinarne, al pari degli altri sistemi di pagamento, gli aspetti fiscali. Ultima, ma non meno importante, la creazione di un mercato regolamentato, che tenderebbe a rendere ufficiali le regole, le transazioni, il valore. Un iter che appare in via di accelerazione con il crescente utilizzo della blockchain, sulla quale agevolmente si stanno trattando flussi di criptovalute come strumenti di investimento. Criptoasset è forse il termine più adeguato. Beni e non moneta, perché fino ad oggi, senza immaginare una forma di “baratto”, essi non sono scambiabili con effetto solutorio. A tutto ciò va aggiunto, in conclusione, che la moneta fisica svolge l’importante, e a mio avviso insostituibile, funzione di “inclusione sociale”, per cui essa, in altre configurazioni – quali, per l’appunto, quella “cripto” – non potrebbe assumere vesti che non consentano a tutti i cittadini di partecipare alle dinamiche dei sistemi economici di tutto il mondo. 

 

L’articolo riproduce, in sintesi, i concetti principali contenuti nel volume “Bitcoin e criptovalute: profili giuridici, economici e fiscali”, appena pubblicato dall’Autore per i tipi di Maggioli editore