Ferrovie, Moretti vicino al passo d’addio

L'INDISCRETO di Pietro Romano

Sono tanti i nemici di questo governo, della sue politiche e della manovra. Ognuno è libero di pensarla come vuole sul governo e sulle sue politiche, ma le cose cambiano quando a dichiarare ostilità sono istituzioni che dovrebbero essere supra partes o commentatori che fanno mostra abbondante di neutralità. Dalla Banca d’Italia alle agenzie di rating, dal Fondo monetario internazionale all’Upb.

Prendiamo proprio la manovra. Sui giornali l’abbiamo vista attaccare da prim’ancora che fosse annunciata. Ora che comincia a delinearsi dall’universo mainstream è tutto uno sparare ad alzo zero. Vediamone qualcuno di questi cannoneggiatori.

Tra di loro c’è chi non si è accorto della crisi delle banche, sulle quali avrebbe dovuto esercitare controlli, fino alla vigilia del loro fallimento. E compare chi dava il massimo dei voti alla Lehman Brothers fino al giorno prima che chiudesse. Non mancano quanti non hanno previsto la più grave crisi economica dell’era contemporanea e a crisi cominciata la minimizzavano. Oppure chi non è rimasto basito dell’eredità di 16 miliardi di buco lasciata dal governo Gentiloni dopo che la Corte costituzionale ha sbloccato lo stop dell’esecutivo di centrosinistra agli investimenti degli enti locali.

Nella compagnia rientrano pure quelli che fingono di ignorare come sia lievitato il debito pubblico italiano, cresciuto in maniera inesorabile negli anni ottanta perché l’Italia – ministro del Tesoro, Nino Andreatta; governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi – decise di mettere sul mercato senza paracadute i titoli di stato dieci anni prima degli altri Paesi che si apprestavano ad adottare la moneta unica. Di conseguenza, schizzarono alle stelle gli interessi pagati sui nostri Bot (a differenza di quanto accadeva in Francia, a esempio) senza il paracadute dell’Istituto centrale, che  da compratore di ultima istanza poteva acquistarli a prezzi prefissati e calmierarli. E fu questa massa enorme di interessi, moltiplicati nel decennio, a dare un contributo vigoroso alla crescita del debito pubblico.

Con tutti costoro emergono quanti non ricordano che lo stesso debito pubblico è cresciuto anche negli anni delle politiche di austerità più rigide, facendo conquistare all’esecutivo di Mario Monti il poco invidiabile record di crescita del debito pubblico per anno nell’intero dopoguerra. Non potevano astenersi i mandarini dell’Europa lontana dai popoli, gli assassini di un sogno coltivato per secoli da milioni e milioni di persone: l’unità del Vecchio Continente. Gente che rappresenta partiti a casa loro scomparsi (il socialista transalpino Moscovici) o ridotti al lumicino (il lettone Dombrovskis). O rappresenta un Paese grande quanto un quartiere di Roma che tradizionalmente attira con la calamita delle comodità fiscali: Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Ue. 

Basterebbe solo questa sfilza di “signori” contrari a prescindere per essere favorevoli a prescindere alla manovra. Ma stare nel giusto non sempre vuol dire procedere in direzione opposta di chi, abitualmente, procede in maniera errata. A mio parere, a esempio, la manovra, da quel che appare, è troppo poco sviluppista. Immaginavo che prevedesse più fondi per gli investimenti e lo sviluppo, in grado di orientare alla crescita il sistema Paese. Pensavo che includesse più sostegni al Made in Italy in tutte le sue forme. Ad attività che migliorano il profilo della sicurezza in tutte le sue forme dei cittadini italiani. E meno risorse orientate all’assistenzialismo. Rimango fiducioso, però. Perché il governo lo si valuta globalmente. E dalla politica estera all’immigrazione, dalla sanità all’ordine pubblico mi sembra che il bicchiere sia mezzo pieno. Non certo mezzo vuoto. Tempo per cambiare pezzi di manovra il governo ce l’ha. E non mancano nella squadra di governo ministri capaci anche d’intervenire in corso d’opera: da Salvini a Savona, da Tria a Grillo solo per rimanere ai primi nomi che vengono in mente.