RIGENERA™: L’EVOLUZIONE DELL’INNESTO CUTANEO

I progressi della medicina rigenerativa aiutano in maniera determinante le problematiche derivanti dagli  innesti di una porzione di cute in una parte del corpo lesionata. La strada dei micro-innesti.

DI Giampaolo Monacelli E Francesca Latini

 

Nella pratica corrente di un chirurgo ricostruttivo, la riparazione dei tegumenti è una costante. La storia della copertura di strutture vitali esposte da trauma, ustioni o pratiche chirurgiche demolitive, ha impegnato la chirurgia ricostruttiva in una serie di procedure più o meno semplici, in ragione della complessità clinica che si affronta. Si parla di innesti, quando si preleva una porzione di cute e la si utilizza a copertura dell’area interessata. L’innesto è infatti definito come il trapianto di uno o più frammenti di tessuto da un sito donatore ad un sito ricevente. Da un punto di vista storico la prima descrizione di innesto cutaneo risale al 3000 a.C. in India, dove alcuni segmenti della pelle dei glutei sono stati usati per una ricostruzione a livello nasale e al 1800 d.C. nel mondo occidentale. A volte però, questa procedura non è sufficiente per l’ampiezza dell’area da proteggere o per la complessità della lesione, motivo per cui si allestiscono lembi cutanei o misti, in cui la cute trasportata è vincolata da un proprio peduncolo vascolare.

In generale, il successo di un innesto dipende dal suo attecchimento nel sito ricevente e tale processo può essere influenzato da fattori come la buona vascolarizzazione del sito ricevente, la sua capacità angiogenetica e la stretta aderenza tra sito ricevente ed innesto, ottenuta da medicazioni compressive. 

Gli innesti possono essere autologhi, quando donatore e ricevente sono lo stesso individuo, o omologhi quando donatore e ricevente sono individui differenti, ma appartenenti alla stessa specie.

Nonostante gli indiscutibili vantaggi degli innesti tradizionali, questi presuppongono sempre il sacrificio del sito donatore, cioè quella regione da cui si preleva la porzione di cute da innestare. Il concetto dei micro-innesti supera in parte queste limitazioni, essendo basato sull’evidenza che, piccole colonie cutanee, messe in coltura ed espanse in vitro per un certo numero di passaggi, permettono il trattamento di ferite anche molto ampie riducendo notevolmente la morbidità (infezione, cicatrici dolorose ipetrofiche) del sito donatore. Tale dimensione è importante in chiave rigenerativa, perché numerose evidenze scientifiche dimostrano che i progenitori cellulari si localizzano nella “ side population” tra le cui caratteristiche spicca la staminalità, cioè la capacità di replicarsi e differenziare in diversi tipi cellulari.

Inoltre questi micro-innesti calibrati con un diametro di 50-70 micron, essendo utilizzati intra-operatoriamente, ovvero in un unico tempo chirurgico, ed essendo sottoposti a breve frammentazione meccanica, superano i problemi legati al banking e alla devitalizzazione cellulare.

Si ottiene dunque un prodotto autologo utilizzabile senza vincoli come innesto omo-funzionale.

Nella nostra esperienza di chirurghi ricostruttivi, abbiamo con successo utilizzato tecniche e materiali improntati ad un concetto di medicina rigenerativa. Spesso in un Dea  Hub di 2° livello, ci troviamo a trattare lesioni complesse di arti, con vaste perdite di sostanza in pazienti che non sopportano, per le difficili condizioni cliniche, interventi riparativi “maggiori”. Ecco quindi come trovano spazio la medicina rigenerativa e l’ingegneria tissutale, proponendosi di ristabilire l’omeostasi tissutale stimolando e amplificando i naturali processi auto- riparativi e rigenerativi del nostro corpo. Le cellule staminali mesenchimali, prelevate da midollo, sangue periferico o tessuto adiposo, sono cellule in grado di differenziarsi, se stimolate dal microambiente in cui si trovano, verso l’uno o l’altro tipo cellulare. Parallelamente i biomateriali, di sintesi (scaffold) o di origine animale, rappresentano un sostegno meccanico e funzionale a queste cellule guidando lo sviluppo del tessuto neoformato. L’uso combinato di queste risorse permette di accelerare i tempi di guarigione delle lesioni tissutali, riducendo le problematiche post-operatorie e consentendo una migliore qualità del rigenerato.

Risulta evidente quindi, come in pazienti con gravi problematiche sistemiche, la medicina rigenerativa rappresenti molto più di una delle possibili chances terapeutiche: l’impiego di coperture con biomateriali, associate all’uso di cellule staminali mesenchimali tramite le tecniche del micro-innesto, ha permesso successi terapeutici altrimenti prima impossibili.