Gemelli Way Così la medicina torna scienza umana

DI Katrin Bove

 

Il professor Massimo Massetti  svolge la sua professione in una delle più importanti istituzioni sanitarie italiane, il Policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma. Il suo denso curriculum si apre con la laurea in Medicina a Siena nei primi anni novanta, prosegue con un’esperienza formativa di eccellenza in Francia (Centre Hospitalier et Universitaire di Caen) e con la specializzazione in Cardiochirurgia in Italia. In seguito la sua carriera proseguirà tra Italia e Francia. Grazie proprio all’esperienza transalpina, il professor Massetti ha contribuito a una profonda riorganizzazione dei percorsi di cura cardiologici, focalizzati sulla sinergia multidisciplinare sul paziente e sulla facilitazione della continuità assistenziale con la rete cardiologica del territorio. Una riorganizzazione nella quale rientra Gemelli Way. Al fine di amplificare questa azione di modernizzazione e di umanizzazione dell’ospedale, nel 2013 il professor Massetti ha creato una Onlus, denominata “Dona la vita con il Cuore” che persegue due obiettivi principali: promuovere la ricerca scientifica conto le malattie cardiovascolari e realizzare attività di solidarietà a carattere sanitario nei confronti delle popolazioni disagiate. Nel 2016, dopo una raccolta di fondi, è stato acquistato il “Camion del Cuore”, unità mobile allestita con tre ambulatori attrezzati con la diagnostica cardiologica che ha permesso di raggiungere quartieri periferici e zone disurbanizzate. 

  • Professor Massetti, ci può spiegare sinteticamente che cos’è Gemelli Way?
  • Gemelli Way è un modello innovativo di medicina personalizzata dove il paziente è al centro di una concreta condivisione multidisciplinare e di una reale continuità assistenziale. Il modo di curare i malati presuppone una evoluzione dell’organizzazione e, progressivamente, anche una ristrutturazione degli ambienti nell’ospedale che tengano conto delle nuove esigenze.
  • Il processo di umanizzazione di un ospedale che cosa comporta?
  • Innanzi tutto porta a parlare di “umanizzazione” o meglio di “ri-umanizzazione “ dei luoghi di cura. Un ospedale è sempre stato un luogo dove umanità e aiuto ai sofferenti hanno accompagnato le cure vere e proprie. La medicina per sua natura è sempre stata una scienza umana, ma il problema che il progresso recente e il contesto socio-economico e finanziario hanno portato a un progressivo impoverimento di questi valori con una situazione che è sotto gli occhi di tutti quando si vive un’esperienza di cura. Il processo di umanizzazione coinvolge due grandi dimensioni, entrambe indispensabili e inscindibili per la realizzazione. La prima dimensione è quella Organizzativa/Strutturale; non si può parlare di umanizzazione se l’organizzazione delle cure non sia centrata sul paziente; l’elemento organizzativo è cruciale nella costruzione di un modello che favorisca il  benessere al malato e tutto il personale che cura deve porre il paziente al centro delle risorse e delle competenze umane. L’elemento strutturale è strettamente connesso a quello organizzativo e, anzi, lo deve seguire coerentemente. Per favorire un’organizzazione centrata sul malato è necessario cambiare la struttura stessa e la logistica dell’ospedale. A esempio, i reparti devono essere identificati per “intensità di cura e complessità assistenziale” e non per singola specialità; gli ambulatori devono essere più grandi e tali da permettere di svolgere un’attività multidisciplinare con più specialisti che visitano contemporaneamente il malato. La seconda dimensione è quella relazionale diretta sia sul personale curante, medici ed infermieri, che sul paziente e la sua famiglia.  Per dimensione relazionale si intende un insieme di iniziative (corsi di comunicazione e formazione all’ascolto) volte a sviluppare o enfatizzare gli strumenti che permettono di migliorare il benessere psicologico del malato durante il percorso di cura. Il miglioramento dell’aspetto “relazionale” deve coinvolgere anche la famiglia oltre che il malato stesso con il miglioramento dell’accesso all’informazione e alla trasmissione dei risultati degli esami.
  • Il reparto di cardiochirurgia del policlinico Gemelli, da lei diretto, da quanto tempo  è gestito con questo format?
  • L’Area Cardiovascolare del Policlinico Universitario Agostino Gemelli che dirigo ha iniziato una progressiva riorganizzazione strutturale da alcuni anni e oggi numerosi obiettivi sono stati raggiunti, altri sono in itinere e gli ultimi saranno raggiunti nei prossimi anni. Il modello organizzativo si è radicalmente modificato con l’adozione di un vero e proprio “Heart Team”, uno strumento di condivisione multidisciplinare per la gestione dei percorsi di cura complessi. Sono stati creati i percorsi clinici per le principali patologie cardiovascolari con una logica di gestione trasversale e non verticale. Per il funzionamento di questi ultimi, gli ambulatori sono diventati multidisciplinari così come gli ambienti dove vengono realizzate le terapie (Sale operatorie ibride, Laboratori per terapie percutanee). Questa riorganizzazione ha progressivamente coinvolto il territorio per garantire quella continuità assistenziale necessaria allo sviluppo del modello stesso di cura. Gli ospedali denominati “Spoke” e i colleghi operanti negli ambulatori sparsi nel territorio sono stati progressivamente coinvolti nella gestione dei percorsi di cura integrandoli a pieno titolo nella catena organizzativa ospedaliera. Questo processo di cambiamento ha richiesto dei tempi che a seconda dl punto di vista potrebbero sembrare lenti o veloci; tuttavia siamo di fronte ad una radicale evoluzione dei processi di cura che si inserirà a pieno titolo, come il miglioramento tecnologico, nel progresso della medicina.
  • Lei personalmente come vede il futuro di un ospedale?
  • Il futuro dell’ospedale si integra in questa sorta di “rivoluzione” dei percorsi di cura; sarà un luogo accogliente dove il malato si recherà per una tappa del suo percorso terapeutico. Qui troverà un personale che lo accoglie, lo cura e lo conforta in un momento di sofferenza e di speranza; i luoghi saranno confortevoli e di facile accesso per i familiari che saranno coinvolti insieme ai sanitari durante le cure. Progressivamente anche la struttura stessa dell’ospedale cambierà, abbandonando l’aspetto di grandi agglomerati specialistici verticali separati gli uni dagli altri, veri concentrati di competenze e tecnologie specifiche. L’architettura sanitaria e l’orientamento urbanistico vedrà la costruzione di strutture sanitare tematiche assemblate per favorire i percorsi di cura dei grandi problemi di salute; la tecnologia garantirà la comunicazione e la trasmissione dell’informazione senza costringere il malato a percorsi complessi ed attese inutili. Infine ma non meno importante, la cura del confort e l’ambientazione dei luoghi di cura contribuiranno a pieno titolo a quell’umanizzazione  di cui si parla sempre di più.
  • Il nostro Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni, che cosa pensa della sanità in Italia? E quali, secondo lei, dovrebbero essere le riforme future?
  • Ci vorrebbe molto tempo per spiegarlo ma mi limiterò a dire che la sanità nel nostro Paese può considerarsi di ottima qualità. Tuttavia, come per tutti i Paesi europei, necessita di profonde riforme, se non altro per garantire la sua sostenibilità.  Dopo decenni nei quali il progresso tecnologico e scientifico ha costruito una  sanità sulle competenze e quindi sul “sapere”, oggi è venuto il momento di riflettere sul modo di curare. La costruzione di modelli gestionali ospedalieri fortemente integrati sul territorio garanti della continuità assistenziale, l’adozione e l’implementazione di tecnologie legate alla trasmissione dell’informazione insieme alla ricerca o il miglioramento del confort dei luoghi di cura, costituiscono i cardini del futuro sistema sanitario, garante di quel diritto alla salute universale sancito dalla nostra costituzione.

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