La (presunta) classe dirigente, il bambino e l’acqua sporca

 

DI Pietro Romano

Il conto alla rovescia è destinato a chiudersi martedì 14 maggio. E le illusioni dei mainstream media (dei giornaloni insomma e degli opinionisti un tanto a parola che impazzano super-pagati perfino nella tv pubblica) a morire, si spera, all’alba.

Il 14 maggio è l’ultimo giorno utile (si fa per dire) al presidente della Repubblica per sciogliere le Camere e votare entro il 30 giugno. Altrimenti, in caso di crisi governativa successiva, gli italiani si recherebbero alle urne in piena estate.

Una prospettiva inedita, quella del voto tra luglio, agosto e settembre, considerato che non si è mai votato dopo il 27 giugno, come accadde nel 1983. Elezioni che, per dovere di cronaca, videro la sconfitta parallela di Dc e Pci e la vittoria del Psi di Bettino Craxi, del Msi (sostenuto dal centenario della nascita di Benito Mussolini) e dei centristi laici: Pli, Pri e Psdi.

Eppure, se i quotidiani scontri tra Cinque Stelle e Lega dovessero deflagrare in una crisi di governo, l’Italia sarebbe costretta proprio al voto canicolare. E a lunghi mesi di paralisi, prima e soprattutto dopo, in preda ad attacchi esterni e interni di sconosciuta ma nefasta portata.

Il problema è, sempre in caso di crisi governativa, se al voto sia preferibile o meno un’altra soluzione. Una qualsiasi altra soluzione.

Proprio rispondendo (positivamente) a questa domanda, una parte cospicua della (autoreferenziale) classe dirigente italiana sta cercando una soluzione in grado di infischiarsene della volontà dei connazionali, per lo meno quale emerge dai sondaggi e soprattutto dalle importanti elezioni locali tenute in continuazione nell’ultimo anno. Un tintennar di dentiere, in molti casi. Ma pericolosissimo, in particolare per la capacità di indebolire l’Italia sul fronte internazionale.  

In breve, la soluzione. Un governo cosiddetto tecnico (che poi sono proprio i governi tecnici a risultare i più politici nel nostro Paese), forse “contaminato” da qualche esponente partitico, sorretto da Pd, i Cinque Stelle che ci stanno (l’ala movimentista e i tanti peones convinti di non essere rieletti), europeisti spinti (consistenti settori di Forza Italia compresi), magari scampoli dell’ultrasinistra. Un mondo di combattenti (per la causa propria e dei propri sodali) e soprattutto reduci che si vedrà al voto per le europee quanto veramente vale. Ma se il voto nazionale lo si evita, gli equilibri (e i parlamentari) rimangono quelli dell’anno scorso. Uno spazio temporale ridotto, ma politicamente un abisso. Da saltare a pie’ pari in nome della restaurazione. Quanto poi questa situazione possa durare, chi lo sa. Per quanto condannato perfino nell’abbigliamento, l’ordine del Congresso di Vienna durò, in alcune regioni, quasi un secolo. Pur avendo conservato dell’Ancien régime (quasi) tutto il peggio gettando alle ortiche (quasi) tutto il meglio.

Questo spazio mensile avrebbe dovuto contenere tanti altri argomenti. L’uscita dalla recessione e la crescita dell’occupazione, la ripresa dell’edilizia e il forte calo dei reati, la cose che si fanno, che non si fanno e che si potrebbero fare. Ma quando majora premunt anche per un anziano cronista economico come il sottoscritto arriva il momento, purtroppo, di passare alla politica. Per amore della vilipesa Italia, non per donare il sangue a questo governo, che di errori ne ha fatti, di colpe ne ha. Purtroppo.