LA LETTERA DI KATRIN BOVE

DAL NOSTRO DIRETTORE

 

In Italia mancano i medici di base: sono 89 ogni 100.000 abitanti. Un baratro rispetto ai 253 del Portogallo, ai 179 dell’Irlanda, ai 159 dell’Austria, ai 157 dei Paesi Bassi, ai 114 del Belgio. L’altro problema riguarda le specializzazioni: di qui al 2025 andranno in pensione 6.127 pediatri; 5.671 anestesisti; 5.662 chirurghi di medicina d’urgenza;  3.857 medici di medicina interna; 3.452 medici di chirurgia generale; 3.087 radiologi; 2663 medici specialisti dell’apparato cardiovascolare; 2.472 ginecologi; 2.398 psichiatri; 2.063 ortopedici.

 

Il numero chiuso in Medicina è di sicuro il primo problema da affrontare. Il secondo è il cosiddetto ”imbuto formativo”: il numero di laureati è superiore alle borse per la formazione specialistica disponibili. Molti vanno all’estero, altri attendono. L’altro problema è quello delle specializzazioni mal retribuite (medici generali e ospedalieri, che possono fare attività privata con molte limitazioni), perchè i contratti aspettano di essere rinnovati da più di dieci anni. 

 

Tenendo conto di questi problemi, la Regione Veneto ha approvato alla fine del mese di marzo una delibera che assegna ai direttori generali delle Ullss la possibilità di conferire incarichi di lavoro autonomo ai medici in pensione per fronteggiare la carenza di organici che, nella regione è calcolata in 1.300 unità, senza contare le migliaia di medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Il Governatore del Veneto, Luca Zaia,  presentando l’iniziativa, ha dichiarato che se non ci sono giovani medici su cui contare, “le cure vanno garantite lo stesso, con ogni mezzo, perché questa è una crisi epocale, causata da una programmazione nazionale sbagliata in più parti”. Ha aggiunto che è un errore il numero chiuso nelle facoltà di medicina, “dove i nuovi medici non si possono decidere con un quiz, ma vanno creati con la formazione esame dopo esame; è sbagliata e carente la distribuzione nazionale delle borse di specialità; così come è sbagliato – ma in questo caso occorre un intervento legislativo nazionale - non pensare alla formazione degli specializzandi in corsia”.

 

La strada indicata dal Veneto - peraltro tra le poche Regioni che storicamente affrontano la questione sanità ai livelli delle nazioni più civilizzate – affronta l’emergenza, ma nello stesso tempo ci pare l’unica in grado di garantire un bene primario, quello alla salute, garantito dalla carta costituzionale. Del resto, in una situazione che sta per implodere, l’alternativa quale sarebbe, fare morire gli ammalati?