Made in Sud: il Meridione non è un deserto industriale

 

> Di Riccardo Pedrizzi >>

 

C’è chi vince in Borsa e chi con le borse. Quelle artigianali, fatte a mano, puro frutto del genio italiano. E’ il caso di Ermanno Scervino, cento milioni di fatturato la sua azienda, al 70 per cento grazie alle esportazioni in Europa, in Russia, in Asia. Un campione del Made in Italy, ma anche del Made in Sud. 

“È la magia della moda, che può essere davvero un linguaggio universale, più dell’anima che della mente. La moda manda messaggi che scatenano emozioni – spiega Toni Scervino –. Credo che lo stile Ermanno Scervino venga percepito come un’emanazione autentica dello stile di vita italiano più in generale, quello che continua a fare del nostro Paese una delle mete turistiche più ambite”. 

È questo il risultato più significativo dell’azienda che produce nei dintorni di Firenze, a Bagno a Ripoli. Ma questi dati non sarebbero di per sé una notizia eclatante, dal momento che, per fortuna, anche in tempi di crisi, come quella drammatica che stiamo vivendo, di imprese come questa nel settore del Made in Italy ve ne sono molte che vanno bene, che esportano, che stanno sul mercato internazionale con successo. Quello che fa notizia è che la maggior parte della produzione viene effettuata nel Mezzogiorno d’Italia, perché la Scervino ha individuato una serie di laboratori specializzati nella maglieria e nei ricami fatti a mano, nei capospalla di sartoria, nella produzione di jersey e jeans e nelle lavorazioni di cinture in piccoli paesini, come Longi in provincia di Messina (1600 abitanti), dove vi sono maestranze abili e disponibili ad “eseguire anche lavorazioni complesse, che fanno poi la differenza fra i prodotti italiani e quelli stranieri”. 

La conferma della bontà di questa scelta strategica gli Scervino l’hanno avuta con il successo ottenuto in occasione delle inaugurazioni degli ultimi punti vendita della società. Il pubblico internazionale ha infatti mostrato di apprezzare questo tipo di produzione che “ci spingerà a valorizzare queste piccole realtà in un’ottica di tutela e sviluppo del tradizionale saper fare italiano”. “Seguiamo una strada e abbiamo una visione – spiega l’amministratore delegato dell’azienda fiorentina –. La formula che abbiamo scelto o meglio, che abbiamo costruito e che è in continua evoluzione, per noi funziona. L’obiettivo è crescere senza tradire la nostra natura, il progetto iniziale: continueremo a dare priorità agli investimenti in capacità produttiva e in formazione di giovani artigiani che diventino custodi di antichi know how e resteremo liberi e indipendenti”. 

Insomma “il Made in Italy della moda e del lusso può ripartire dal Mezzogiorno; ne siamo talmente convinti che stiamo aggregando con accordi di produzione tante piccole e medie imprese specializzate in singoli passaggi della filiera nel Sud d’Italia che è un bacino ricco di imprese che stanno resistendo alla crisi grazie al loro know-how specializzato e di eccellenza, forse anche grazie a una più tenace volontà e intraprendenza dei suoi imprenditori”. 

Quella degli Scervino per fortuna non è un’esperienza isolata e basta cercare per trovarne altre, ugualmente di successo. Un esempio è “Talarico Cravatte”, un’azienda nata a Lamezia Terme, in Calabria, nel 1999 ad opera di Maurizio Talarico che produce, proprio nel profondo Sud, in un laboratorio con una ventina di dipendenti cravatte, foulard ed accessori per le First lady del mondo, tra cui Michelle Obama. 

Tutti i prodotti sono fatti a mano con l’unico macchinario che è la macchina da cucire, prevalentemente nel laboratorio calabrese dove vengono confezionati modelli amati da leader, divi e personalità di tutto il mondo. L’attività iniziò con il “modello Cossiga”, perché l’indimenticabile presidente picconatore della Repubblica voleva una cravatta regimental con righe che attraversassero tutta la seta sul recto e sul verso. Poi iniziarono ad indossare queste cravatte il presidente degli USA, George Bush e poi ancora i presidenti del Consiglio italiano Berlusconi, Prodi, Renzi ed i presidenti della Repubblica Napolitano e Mattarella, il fotografo Rino Bellani, l’attore Cristian De Sica, Bruno Vespa, il primo ministro della Corea del Sud ed il leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong, parlamentari come Maurizio Lupi e Mario Baccini, i coniugi Obama e Donald Trump, i componenti della famiglia Al Thani del Qatar, il premier giapponese Shinzo Abe, Andrea Bocelli. 

Matteo Renzi e Giorgio Napolitano regalarono 768 cravatte agli uomini e 200 foulard alle donne che parteciparono al summit in occasione della Presidenza europea per il semestre italiano. Giorgia Meloni e Roberta Picotti indossarono e indossano i foulard Talarico. In occasione della conferenza del G7 a Taormina l’ex premier Gentiloni ha offerto a tutti i partecipanti cravatte della sartoria di Lamezia Terme, cosi come ha fatto il premier Giuseppe Conte durante la recente conferenza Italia-Libia.

 

L’azienda che produce solo artigianalmente e manualmente per una clientela d’élite (30mila cravatte all’anno in edizione limitata, nessuna replica, tre per ognuna. E su tutte il sigillo della manifattura sartoriale: una cucitura a “X” sul retro a mano, che nessuna macchina potrebbe riprodurre. Classiche, double, sfoderate, a cinque o a sette pieghe), ha avuto ricavi nel 2018 per 3,5 milioni di euro e per quest’anno anche grazie ai nuovi showroom all’estero (a Doha in Qatar, a New York, che si aggiungono a quelli già operativi a Roma in Via dei Coronari, di Londra in Hill Street e di Milano) conta di superare i cinque milioni. 

 

E pensare che tutto questo successo è nato perché – come racconta Maurizio Talarico – “ho sempre avuto il pallino delle cravatte, anche da bambino. Era una passione tutta familiare, trasmessa da mio padre. Così nel ‘99 ho provato a lanciare l’attività”. 

 

Queste scelte imprenditoriali fanno anche notizia, perché ancora una volta mette in evidenza l’incapacità della nostra classe politica e l’insipienza di buona parte dei nostri cosiddetti esperti ed economisti che per decenni hanno sempre trascurato la vocazione, le attitudini, le potenzialità della gente meridionale. In pratica hanno dimenticato scientemente e dolosamente la storia e le tradizioni del Sud. 

 

Basta osservare cosa e quanto di Mezzogiorno ci sia nei programmi elettorali di tutti i partiti politici. In pratica il Mezzogiorno è stato il grande assente anche nell’ultima campagna elettorale nazionale. Evidentemente ancora nessun partito o uomo politico è pienamente consapevole che la ripresa e lo sviluppo dell’Italia dipende in massima parte, se non del tutto, dallo sviluppo e dalla crescita del Mezzogiorno e c’è invece chi crede ancora che il mercato liberalizzato possa da solo risolvere la questione meridionale. 

 

Eppure la crisi che si è abbattuta come uno tsunami sul Meridione d’Italia non sta procurando solo la desertificazione industriale, la chiusura di 20 mila imprese, il crollo dei consumi, ma sta determinando anche una vera e propria emorragia di capitale umano con giovani – e sono quelli più preparati – che vanno via, al Centro-Nord o all’estero. Questo significa che se non si porranno al più presto le premesse per invertire questa tendenza nel giro di un paio di generazioni mancheranno al Sud classi dirigenti, quadri e professionalità necessari per ritornare quanto meno alla normalità. 

 

Il governo grillo-leghista ha annunciato la volontà di invertire la triste tendenza in atto da qualche decennio di trasferire gli impianti produttivi del Sud in altri paesi a maggiore vantaggio fiscale e contributivo. 

 

Al Sud occorre sia approntare interventi di emergenza per favorire la ripresa degli investimenti, per incentivare le esportazioni e l’innovazione, per agevolare l’occupazione, per introdurre una fiscalità di vantaggio, per utilizzare quanti più fondi comunitari possibile, sia individuare ed avviare, a medio e lungo termine, una politica industriale, energetica, logistica, che tenga conto delle filiere della cultura, del patrimonio archeologico, artistico ed archivistico, delle bellezze naturali, delle produzioni artigianali ed agricole del territorio, sapendo bene che un itinerario di ripresa passa necessariamente per la predisposizione di un ambiente e di un territorio dove si possa vivere bene e si abbia voglia di restare e lavorare nell’interesse della comunità alla quale si appartiene. Attualmente, invece, secondo il vice direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, “resta assai inadeguata al Sud la qualità dei beni pubblici essenziali, come giustizia, istruzione, sanità, nonostante che in molti casi la spesa pubblica pro capite non sia inferiore a quella del Centro Nord”.

 

Sul fronte fiscale fino al 31 dicembre 2019, le aziende con sede nelle regioni del Mezzogiorno possono usufruire di un credito di imposta per l’acquisto di beni strumentali nuovi, da destinare alle proprie unità produttive: 163 milioni di euro grazie al Pon. La solita pioggia di soldi virtuali che rischia di far germogliare solo fiorellini pronti a seccare nel far west imprenditoriale del Sud. 

Sono perciò prima di tutto le condizioni della qualità della vita che bisogna migliorare per far sì che le nuove generazioni siano orgogliose di essere nate e di vivere nel Mezzogiorno d’Italia. 

Oggi il Sud è un’area di emergenza, ma è anche il territorio che offre grandi opportunità e notevoli margini di crescita a condizione che pubblico e privato sappiano collaborare e che venga applicato il principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale. Sul serio.

 

 

 


UN ANTIDOTO AI VELENI DELLA NUOVA ECONOMIA

 

Le molte vite di Riccardo Pedrizzi – e altre gli auguro e, ne sono sicuro, si aggiungeranno alle numerose già vissute appieno – hanno alcuni fili conduttori. Tra i quali una lettura dell’economia affatto scontata e sicuramente eterodossa rispetto ai diktat mainstream. Una lettura che “richiama il senso alto della solidarietà, della generosità, nell’utilizzo dei beni, del profitto stesso, indicando un legame visibile e pur profondo tra guadagno e dono, che il peccato e l’egoismo spesso recidono, spazzano via”, come ha scritto il cardinale Gerhard Ludwig Muller nella prefazione all’ultima fatica saggistica di Riccardo, “Il salvadanaio – Manuale di sopravvivenza economica”, edito da Guida editori.

 

 

Le riflessioni, e le analisi, di Riccardo Pedrizzi suonano come una denuncia per l’economia quale si è materializzata negli ultimi decenni sempre più lontana dalla ricerca del benessere comune. La denuncia al volto feroce dell’economia finanziarizzata e globalizzata non rimane, però, fine a se stessa. Riccardo Pedrizzi non è uomo, e studioso, dal limitarsi alla contemplazione. In buona copia, infatti, sono gli strumenti costruttivi mirati a cercare soluzioni ai grandi quesiti posti dalla visione anarchica, ed egoistica, dei mercati, trionfante fino allo scoppio della grande crisi, nel 2008, dalla quale non ci siamo mai veramente ripresi e che proprio la “nuova” economia – in verità il culmine di un lungo percorso – ha scatenato.

PI. RO.