Carlo Pratesi di Sicve: la sala ibrida

di Carlo Pratesi

 

Il presidente della Sicve, Società italiana chirurgia vascolare ed endovascolare, ci spiega il valore tecnologico della sala ibrida rispetto alle sale chirurgiche tradizionali.

 

Nel corso degli ultimi decenni le tecniche mininvasive hanno radicalmente cambiato il mondo della chirurgia. Se negli anni Novanta la terapia endovascolare rappresentava l’unico trattamento per quei pazienti non candidabili ad un intervento chirurgico tradizionale, con procedure pionieristiche e con i limiti dettati da materiali spesso non ottimali, adesso costituisce la routine dell’attività di gran parte dei centri di chirurgia vascolare nel mondo.

La continua spinta all’innovazione tecnologica non si è però solo limitata alla progressione dei dispositivi medicali, ampliando lo spettro di pazienti e patologie trattabili ed i risultati a breve e lungo termine, ha anche profondamente modificato il “setting” in cui queste procedure vengono eseguite.

Negli ultimi anni il Chirurgo Vascolare si è spesso diviso tra la scelta di lavorare in un ambiente più congeniale, come una sala operatoria tradizionale, accettando i limiti degli angiografi portatili con arco a C (comunque molto migliorati nel tempo con l’introduzione dei sistemi a “flat panel”), od in uno meno proprio dal punto di vista chirurgico, alla ricerca di angiografi fissi che garantissero immagini qualitativamente superiori.

La sala ibrida nasce quindi per soddisfare questa esigenza, combinando un ambiente ottimale per la chirurgia tradizionale ad avanzati sistemi di imaging. Pensata come uno strumento destinato a molteplici specialità, è senza dubbio in grado di fornire il contesto ideale all’esecuzione in sicurezza di procedure di elevata complessità garantendo la mininvasività e consentendo di massimizzare i benefici legati al tipo di intervento eseguito.

Nell’ambito della patologia aortica complessa, l’uso della sala ibrida trova una chiara applicazione, permettendo infatti, allo stesso tempo, di eseguire procedure ibride chirurgiche ed endovascolari, come il debranching dei vasi viscerali ed epiaortici associato al posizionamento di endoprotesi. È inoltre possibile effettuare interventi combinati di chirurgia vascolare e cardiochirurgia quando risulti necessario abbinare, in caso di interessamento del tratto aortico ascendente e dell’arco, competenze multispecialistiche. È auspicabile pertanto la creazione da un lato, di team polispecialistici, dall’altro, di percorsi chirurgici e assistenziali condivisi al fine di garantire le migliori performance per  il trattamento di queste patologie. Chiaramente, per sfruttare al massimo le sue potenzialità necessita di professionisti esperti in grado di soddisfare i requisiti e i bisogni necessari per tutte le procedure alle quali la sala sarà destinata.

Infatti, l’integrazione di molteplici specialità chirurgiche all’interno di questo tipo di sala porta alla interazione di diverse figure professionali e alla creazione di un team multidisciplinare composto da chirurghi, radiologi, anestesisti, cardiologi, infermieri, tecnici di radiologia, tecnici perfusionisti, OSS. È di fondamentale importanza una corretta cooperazione e coordinazione tra i vari componenti del team e che ci sia un impegno condiviso verso un chiaro obiettivo.

Le risorse fondamentali di cui deve disporre una sala ibrida includono un sistema di imaging avanzato e multimediale integrato (ricostruzioni 3D, fusione di immagini, DynaCT), un tavolo operatorio compatibile, un sistema avanzato di monitor, oltre ai sistemi di monitoraggio e supporto anestesiologico. Il corretto utilizzo degli spazi riveste un ruolo chiave; una configurazione e una progettazione flessibile della sala devono permettere di garantire i necessari riposizionamenti dei pensili e dei macchinari di supporto, in base al tipo di intervento da eseguire. 

Inevitabilmente tutte le caratteristiche di cui deve essere dotata una sala ibrida hanno un impatto sui costi, che comunque variano considerevolmente in base alla necessità di riconfigurare una sala standard preesistente oppure di costruirne una nuova, e certamente superano quelli di una sala operatoria tradizionale, ma grazie alla possibilità di adottare le più moderne tecniche mininvasive e al netto miglioramento degli standard di sicurezza (minor tempo di esposizione a radiazioni, riduzione di infusione di mezzo di contrasto, criteri di sterilità più elevati), nonché agli ottimi risultati e all’incremento del volume di interventi, la sala ibrida dimostra un chiaro impatto positivo sulle performance della struttura ospedaliera. Investendo sulla progressione tecnologica, il potenziale attrattivo aumenta considerevolmente richiamando sia personale medico altamente qualificato a lavorare in un centro d’avanguardia, che ulteriori pazienti alla ricerca del miglior trattamento possibile.

 


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