Non sempre è tutto oro…

DI Pietro Romano

Al Governo e al Parlamento quest’ultima riflessione del 2019 non può che riconoscere un interesse prioritario – finalmente! - per la Sanità. Lo dimostrerebbe l’incremento di 3,5 miliardi delle risorse per il 2020 che porta il livello di finanziamento complessivo a circa 118 miliardi. Ne aspettiamo la declinazione sul campo ma le premesse ci sono (quasi) tutte per imprimere una svolta all’andamento del settore. Un settore di certo meno negativo di come lo descrivono cronache spesso scandalistiche e disinformate ma altrettanto di sicuro fiore all’occhiello del sistema Paese un po’ appassito.

Di fronte alla Sanità e a quanti la gestiscono si pongono autentiche emergenze che come tali vanno affrontate. L’emergenza medici e personale sanitario Ore 12 Sanità ha il merito di averla sollevata quando era in sostanza sconosciuta agli organi di informazione, anche specializzati. La prima risposta a questo gravissimo problema è appunto da emergenza: negli ospedali in cui mancano i medici si punterà su professionisti anche anziani e su giovani specializzandi. Ma, per quanto emergenziale, questa risposta rappresenta uno dei punti cardine del Patto per la Salute a valenza triennale. Nell’arco del prossimo triennio sarà d’obbligo, quindi, prioritariamente studiare risposte organiche e durature, non emergenziali, alla carenza di medici e pensare con rapidità a come sopperire alle carenze di personale sanitario specializzato. A furia di aspettare, altrimenti, potremmo trovare in corsia medici centenari e matricole fresche di liceo.

Nel complesso, bisogna tenere conto che le cifre ascoltate alla tv e alla radio o lette sui quotidiani e nei siti, pur colpendo l’immaginario, vanno valutate con le pinze, come si dice. Dei due miliardi di euro previsti dal programma di ristrutturazione edilizia e di ammodernamento tecnologico, a esempio, solo 200 milioni saranno esigibili entro il 2023. L’otto per cento del totale. Quanti altri trienni allora il cittadino e il personale dovranno attendere per godere rispettivamente di servizi adeguati, perlomeno sotto il profilo dell’accoglienza, e di ambienti adatti all’esercizio di attività tanto delicate?

Insomma, bene la presunta svolta, ma attenzione a evitare il rischio di finire dietro qualche pifferaio. Tanto più che per un settore produttivo parallelo a quello della Sanità, vale a dire la farmaceutica, la manovra non cambia granché nemmeno sulla carta e/o in prospettiva.

La farmaceutica è un comparto cruciale per innumerevoli motivi, sociali ed economici, che concernono prima di tutto l’indipendenza nazionale nella salute e quindi nella qualità della vita. A livello economico la farmaceutica è riuscita a contrastare la crisi anche negli anni in cui questa mordeva di più. E’ stata in grado di innovare (le spese in ricerca e sviluppo in dieci anni sono aumentate dieci volte tanto), di investire nei talenti (creando migliaia di nuovi posti di lavoro di alta qualità) e nei processi produttivi. Con il risultato di conquistare, proprio quest’anno, il primato europeo nelle esportazioni, scavalcando la Germania. Eppure, da anni, l’industria farmaceutica è costretta a una specie di tassa occulta, il cosiddetto “payback”, che in ultima analisi scoraggia gli investimenti e le assunzioni. In sostanza, l’impresa che innova, e quindi vede maggiormente impiegati i suoi farmaci e le sue terapie, deve restituire alle amministrazioni centrali e periferiche competenti risorse crescenti in proporzione ai suoi successi. Nel frattempo, però, si trova quotidianamente alle prese con cronici ritardi di pagamenti ed errori materiali che stanno ingolfando i tribunali della giustizia amministrativa. Sul “payback” continua, però, a non muoversi foglia. Perdipiù andrà verificato nei prossimi mesi  se il piano del Governo precedente – l’avvio di  una procedura per chiudere i contenziosi dell’industria farmaceutica con le amministrazioni pubbliche – sarà proseguito e condotto in porto. Creando le premesse per un futuro meno impervio per l’industria farmaceutica. E quindi per l’Italia.