IL CANCRO SI PUO’ VINCERE: intervista a Walter Ricciardi

 

>DI DANILO QUINTO>>

 

Tra i relatori di Innovabiomed, la manifestazione slittata al 15-16 giugno 2020, ci sarà un grande scienziato, Walter Ricciardi. Già commissario e poi presidente dell'Istituto Superiore di Sanità da settembre 2015 a dicembre 2018, rappresentante dell'Italia nell'Executive Board dell'Organizzazione mondiale della sanità per il triennio 2017-2020 e alla guida della World Federation of Public Health Associations, Walter Ricciardi è professore ordinario di Igiene generale e applicata all'Università Cattolica e direttore del Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di sanità pubblica della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs. Recentemente è stato insignito della laurea honoris causa in “Dottore della scienza” dalla Thomas Jefferson University di Philadelphia «per i risultati raggiunti e il contributo dato al mondo della sanità pubblica». Ricciardi è stato nominato Presidente del “Mission Board for Cancer”, istituito dalla Commissione Europea nel quadro di Horizon Europe, il prossimo programma di ricerca e innovazione dell'Unione Europea (2021-2027). Il gruppo di 15 esperti si occua di valutare e approvare i finanziamenti per progetti di ricerca in ambito oncologico. 

 

In base a quale motivazione e con quale “mandato”, la Commissione europea ha designato lei – grande scienziato, ma pur sempre medico di sanità pubblica – a guidare il board anticancro e quindi a decidere le strategie anticancro dell’Europa?

Al di là delle competenze del board, penso che servisse la mia esperienza di medico di sanità pubblica. A questo elemento si aggiunge il fatto che l’Italia era stata esclusa da nomine parimenti importanti. Questi due elementi hanno concorso alla mia designazione, che mi onora di una grande responsabilità, ma nello stesso tempo sento di poter affermare che riverserò in questo lavoro il più grande impegno professionale e umano di cui sono capace. Ci occuperemo di individuare e di rafforzare le competenze presenti nell'Unione Europea per la ricerca, la prevenzione, l'ottimizzazione delle cure e gli interventi e per garantire ai pazienti il meglio per la loro vita e, al contempo, rafforzare la competitività dell'Europa in questo settore strategico.

 

Quali sono le forme di cancro più diffuse in Europa?

Le forme più diffuse, in Europa come in Italia, sono il cancro alla mammella e al polmone, il cancro gastro-intestinale, al colon retto e alla prostata. Avranno sempre più importanza gli screening oncologici, che devono essere fatti in maniera scientifica. Rispetto a questa strategia che definirei fondamentale, l’Italia è in una situazione a “macchia di leopardo”: esiste una diversità profonda da Regione a Regione.

 

Può descrivere la situazione in Europa della formazione dei giovani ricercatori e più in generale della ricerca?

La ricerca scientifica in Europa è di altissimo livello. L’Italia, da questo punto di vista, è tra le nazioni più competitive al mondo. Il dato da sottolineare è relativo al fatto che i ricercatori sono molto pochi, perchè sono assai scarsi gli investimenti in questo settore così decisivo.

 

Il cancro sarà mai debellato?

Alcune tipologie di cancro sì, altre no. Bisogna perseguire una strategia che prevede una combinazione di attività: la prevenzione, la diagnosi e la cura. Nei prossimi anni sarà sempre più necessario seguire coloro che convivono con la malattia oncologica.

 

Quale ruolo ha assunto la tecnologia nella lotta contro il cancro?

La tecnologia negli ultimi anni ha assunto un ruolo essenziale e irrinunciabile, sia nella diagnostica sia per quanto riguarda la terapia.

 

Quale impatto ha l’invecchiamento della popolazione sulla strategia di gestione dei malati cronici di cancro? Lei parla spesso di “responsabilità sociale” a questo proposito. Che cosa significa?

L’invecchiamento della popolazione pone indubbiamente nuove sfide assistenziali. E’ una vera e propria “responsabilità sociale”: questo sarà sempre più vero, perchè si percepirà sempre di più. Le patologie, come sappiamo, sono legate a comportamenti individuali (cattiva alimentazione, mancanza di attività fisica, uso del tabacco e dell’alcool). Per affrontarli in modo serio e contenerli, limitarli o annullarli,  ci sarà sempre più bisogno di una consapevolezza diffusa della loro pericolosità in termini di salute per l’uomo. Questa consapevolezza non può essere delegata ai Governi che si susseguono, ma deve divenire una consapevolezza collettiva.

 

Qual è il livello della sanità pubblica italiana rispetto alla cura del cancro?

Siamo certamente ad un livello buono, in certi casi ottimo, in certi altri casi scadente. C’ bisogno di uno sforzo molto grande per migliorare e renderci ancora più competitivi rispetto agli altri Paese del mondo. 

 

Quali sono le più evidenti disparità tra Nord e Sud?

La disparità riguarda molti “fronti”. In particolare, la prevenzione, gli screening ed anche il trattamento. L’offerta è molto alta nel Nord, minore nel Sud. E’ una grave penalizzazione per gli operatori, che sono bravi dappertutto. Aggiungo che trovo sia una profonda, dolorosa ingiustizia viaggiare per curarsi.

 

Lei è stato per oltre quattro anni Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Può descriverci i risultati raggiunti?

In quattro anni è stato riorganizzato radicalmente l’Istituto. Sono state stabilizzate oltre 700 persone ed abbiamo affrontato sfide nuove ed emergenti, simili a quella che ora si sta affrontando relativamente al coronavirus.

 

Quali sono le scelte politiche da affrontare subito per “salvare” e rilanciare il sistema pubblico nazionale? 

Negli ultimi anni sono stati tagliati 36 miliardi nella sanità. E’ denaro in gran parte da recuperare e bisogna farlo in fretta, non solo perchè mancano migliaia di medici e decine di migliaia di infermieri, ma perchè è un obbligo ammodernare – e in alcuni casi restituire all’agibilità – molti ospedali sparsi sul territorio.

 

Nei suoi interventi pubblici, lei sottolinea spesso la necessità di compiere un salto di qualità in tema di sanità pubblica. Qual è il primo passo da compiere?

Affrontare il tema della nostra arretratezza culturale rispetto a molti Paesi dell’Occidente. E’ un gap che scontiamo in tutti i settori: la scuola, la ricerca, la sicurezza ed anche la sanità. Occorre tutelare il talento e le capacità degli italiani, che devono essere aiutati dallo Stato nel loro sviluppo culturale. E’ un percorso lungo , ma se non lo inziamo mai, non risolveremo mai il problema.


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