IN PRIMA LINEA PER CAPIRE CHE COSA SUCCEDE OGNI GIORNO, LONTANO DAI NUMERI E DALLE STATISTICHE

> Di NICOLA CARRASSI>>

 

Sono gli eroi di questi giorni, insieme con medici e operatori sanitari. Destinatari di mille ringraziamenti, articoli sui quotidiani, applausi a cielo aperto, filmati emozionali… Ma sino a quando? Al ritorno di calciatori e tronisti, ci ricorderemo di loro? Soprattutto, avremmo fatto qualcosa per questi professionisti blanditi a parole, ma male retribuiti, maltrattati da pazienti impazienti e da amministrazioni traballanti? Classificato tra i lavori ‘non usuranti’, quello dell’infermiere è un ruolo che necessita oggi, nell’immediato, di una serie di forme concrete di 'apprezzamento': stipendi degni, inquadramento adeguato, tutele e riconoscimenti a prescindere dall’onda emotiva passeggera. 

 

Giovanni Nucera, 25 anni, infermiere in terapia sub intensiva nella regione più colpita d’Italia, la Lombardia, ci consegna un rendiconto vivido, intenso, su una delle infinite giornate che si susseguono senza sosta, per lui e per i colleghi. 

 


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‘Nessuno escluso, tutti chiamati in trincea, infermieri, medici, oss, operatori sanitari, professionisti della salute, tutti insieme uniti nella stessa battaglia. Capita spesso di fare fatica a riconoscersi durante il turno di lavoro, ma non per chissà quale motivo, semplicemente perché siamo avvolti tutti quanti dalla stessa imbracatura che tenta di proteggerci da quel maledetto virus chiamato Coronavirus. Riusciamo a riconoscerci grazie ad una semplice cosa, il modo di fare, quello nonostante i mille strati che possono avvolgerci, non ci faranno confondere mai con gli altri. Siamo tutti dei semplici soldati, chiamati a combattere questa stupida guerra, si, guerra, Perchè questa pandemia tale può essere considerata, una guerra che non ha risparmiato alcuna regione, alcuna zona del mondo, e la colpa è solo nostra, del cittadino cocciuto che ha iniziato a collaborare quando oramai era troppo tardi, quando oramai il covid-19 aveva già invaso i propri polmoni.

Siamo tutti soldati, allo stesso modo, non esiste alcun grado di qualifica in questo momento, esiste solamente un doppio camice, una cuffia, un paio di occhiali, una visiera, dei tripli paia di guanti, dei calzari, delle doppie mascherine che fanno di noi dei robot da guerra, dei robot che stanno lottando per distruggere tutto ciò. Quelle maledette mascherine che giorno dopo giorno lacerano il nostro viso, chi più, chi meno. Ci lasciano un segno che per la prima mezz’ora dopo il turno di lavoro, ci identifica dal resto della massa. Quelle maledette i cui elastici ci piagano il volto e quel maledetto sostegno posto al centro ci decubita il naso. Le mani, che dire di loro, turni infiniti in cui si ritrovano avvolte dai guanti, quei guanti che poi ci fanno ritrovare con esse doloranti e screpolate. Arrivi ad ogni fine turno la stanchezza non diviene solo fisica, bensì inizia a prevalere anche quella mentale, la peggiore, che ti lascia pensare, che ti fa riflettere alle migliaia di vittime che ad oggi si ritrovano ad essere avvolte da un semplice cellofan nero, accantonati tutti insieme in un’unica camera, salone, quel che è, con un talloncino addosso che li identifica, come fossero delle scatole contenenti i giochi d’infanzia. Nulla si poteva evitare perché si sa, il mondo gira ed insieme ad esso anche la gente lo fa, però molte cose si potevano evitare, ridurre il contagio. Solamente adesso, tutti noi soldati, robot, macchine da guerra, veniamo considerati eroi, ma bisogna ricordare che siamo gli stessi di ieri, quelli che fino a ieri non venivano mai considerati semplicemente perché svolgevano il lavoro della loro vita, quello che hanno scelto per passione, quelli che da sempre sono i protagonisti in prima linea della sanità italiana. Adesso troviamo striscioni di ringraziamento, la gente che alle 21.00 si affaccia dai balconi ad applaudire, file al supermercato dove appena mostri il tuo badge superi in un batter d’occhio. Tutto ciò ti gratifica, ti fa sentire onorato di quel che stai facendo, ti fa capire che stai lottando contro un mostro, però siamo sempre noi, quelli che fino a ieri venivano aggrediti, vessati, denigrati, ingiuriati, etc.

Tutto ciò sotto un certo punto di vista è alquanto ridicolo. Fino a ieri la nostra professione veniva svalutata e svenduta, basta pensare che c’è chi corre dietro un pallone e guadagna i milioni e chi, come me e come molti miei conoscenti, coetanei, si trova costretto ad abbandonare il proprio tetto, la propria famiglia, i propri affetti, e si trova riversato in una città che neanche conosce, dove non ci sarà il pranzo di Natale in famiglia, dove non ci sarà lo scambio dei regali, dove non ci sarà la Pasqua in serenità, dove spegnerai le candeline del proprio compleanno da solo, tutto ciò per andare a lavorare, per realizzarsi seppur il guadagno non compenserà mai la salute persa ed i sacrifici compiuti. Tanto lavoro, mille responsabilità, mille i rischi ai quali siamo esposti per uno stipendio che non rispecchia minimamente quello che facciamo. Non dimentichiamoci che nostra professione non viene neanche considerata tra quelle usuranti. Per fortuna tra un turno e l’altro, tra una procedura e l’altra, troviamo il modo di non perdere mai l’euforia che ci caratterizza. Non chiediamo grandi cose, non chiediamo i milioni, chiediamo solamente il vostro contributo, che non è economico, bensì si tratta di responsabilità, responsabilità che si può dimostrare rimanendo ognuno nelle proprie case affinché tutto ciò possa finire e possa tornare a splendere la serenità del mondo.

 

Da parte di uno dei tanti soldati in guerra.

 

Giovanni Nucera


*Editor in charge di 12life; Direttore delle operazione Web


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