Anche la sanità paga le scelte sull’immigrazione

di Pietro Romano

Periodicamente torna a impazzare la polemica sulle migrazioni sanitarie di cittadini italiani da una regione all’altra. Come se fosse colpa loro e non dell’anormalità di un Paese che li costringe a percorrere centinaia di chilometri per godere di un’assistenza sanitaria aggiornata e adeguata, anche alla tar-tassazione subita dal contribuente medio italiano (dell’argomento scrive dettagliatamente Katrin Bove nella sua Lettera). 

Sulla sanità pubblica pesa, però, un’altra migrazione che sorprendentemente, ma solo in apparenza, non provoca le stesse discussioni: la migrazione degli irregolari giunti in Italia, nella stragrande maggioranza, non si sa a quale titolo. Loro pure hanno diritto alla sanità gratuita, ma le relative spese dovrebbero essere a carico dello Stato, rientrando nella cosiddetta accoglienza. Non è così.

L’amministrazione centrale finora ha liquidato alle Asl solo una parte delle spettanze (un terzo, è stato calcolato)  e per di più  attingendo alla dotazione del Servizio sanitario nazionale. Un modo per rendere più “leggera” la rendicontazione dell’immigrazione (in alcune regioni ogni irregolare costa fino a 168 euro giornalieri, come certifica una recente relazione della Corte dei Conti), riducendo parimenti la qualità dell’assistenza ai cittadini italiani. Chiamati poi a saldare la fattura attraverso le regioni di appartenenza, costrette ad agire  sull’addizionale Irpef, imposta quasi esclusivamente per esigenze sanitarie. Un’addizionale già salata per conto suo. Un esempio per tutti? A Roma e nel Lazio (dove la concentrazione di irregolari è altissima) l’addizionale regionale Irpef media è di 673 euro a contribuente.   

La presenza di un’immigrazione (quasi) senza limiti emerge anche nei posti di pronto soccorso. La riduzione di strutture dedicate, l’arrivo massiccio di irregolari, la concessione di circa 200mila cittadinanze nel solo 2016  (senza un effettivo radicamento, prima di tutto lavorativo, come richiedeva la legge Bossi-Fini)  stanno facendo letteralmente scoppiare il “primo intervento”. Nel frattempo, i pronto soccorso hanno perso 18mila posti letto. E molti altri sono destinati a perderne di pari passo con le riduzioni di personale: nei prossimi dieci anni ben 216mila addetti, un terzo degli occupati, lascerà la sanità pubblica e non si intravedono all’orizzonte né professionisti in grado di sostituirli né un minimo di preoccupazione e di programmazione da parte delle amministrazioni pubbliche nazionali e locali.

In tema di migrazione sanitaria lascia ulteriormente perplessi un’altra anomalia del sistema italiano. I centri di eccellenza in Italia sono molti, anche se l’informazione preferisce ingigantire i casi di malasanità, per ora poche gocce nel mare. Questi centri  richiamano pazienti da tutto il mondo, disposti a pagare parcelle salate pur di assicurarsi la qualità professionale italiana. Eppure si fa di tutto per affondare questa florida “industria”. Il pagamento dell’Iva sulle prestazioni sanitarie agli stranieri, a esempio, ammonta al 22 per cento, mentre in Germania è inesistente. Per giunta, i pazienti stranieri nemmeno possono detrarla al loro Paese. Eppure la disciplina fiscale è chiara: quando uno straniero compra una borsa in Italia può detrarre l’Iva perché godrà del bene fuori dal nostro Paese. Perché non lo possa fare per una protesi, di cui parimenti godrà presumibilmente all’estero, è un autentico mistero della politica e della burocrazia italiane.