DIABETE GESTAZIONALE -BASILICATA, REGIONE WOMEN FRIENDLY

DI Caterina Del Principe

 

La Basilicata si conferma regione women frendly. Sperimenterà, nei prossimi due anni, un nuovo approccio nella presa in carico delle donne con diabete gestazionale, con il quale s’intende un aumento della glicemia (livelli di zucchero nel sangue) a digiuno o dopo i pasti e che si osserva per la prima volta in gravidanza, nella maggioranza dei casi nel secondo trimestre. L’aumento della glicemia in gravidanza non provoca in genere sintomi e per questo la diagnosi può essere fatta soltanto con un carico orale di glucosio eseguito tra la 24° e 28° settimana di gravidanza. In una minoranza di donne, le glicemie alte a digiuno sono già presenti nelle prime settimane di gravidanza, spesso per un diabete di tipo 2 non diagnosticato prima dell’inizio della gravidanza. 

Il bambino in utero riceve dalla madre, attraverso la placenta, il glucosio che gli è indispensabile per crescere. La glicemia alta della madre stimola il pancreas del bambino a produrre insulina, esponendo il bambino a livelli di insulina più alti del normale (iperi-nsulinemia). Se una donna con il diabete gestazionale non controlla in maniera adeguata le sue glicemie il suo bambino potrà avere: un peso alla nascita aumentato (spesso oltre 4 chili) perché l’iper-insulinemia provoca una deposizione di tessuto adiposo a livello dell’addome del bambino e per questo la circonferenza addominale del bambino misurata durante le ecografie sarà molto maggiore rispetto alla media. Un bambino grande, soprattutto se è un primo figlio, può rendere necessario ricorrere al parto cesareo o all’induzione del parto prima del termine della gravidanza, solitamente intorno alle 38 settimane; un aumentato rischio di ipoglicemia nel periodo neonatale perché, dopo il taglio del cordone ombelicale, il bambino avrà livelli alti di insulina senza un adeguato supporto di zuccheri dato che non avrà ancora iniziato ad alimentarsi. In caso di ipoglicemia, sarà necessario mantenere il bambino in ambiente protetto per provvedere all’infusione endovenosa di glucosio per diverse ore dopo la nascita e il controllo frequente delle glicemie del bambino. Secondo alcuni autori in certe popolazioni potrebbe esserci un aumentato rischio di obesità nell’infanzia o nell’adolescenza e un aumentato rischio di diabete di tipo 2 nell’età adulta, rispetto ai bambini di una mamma che non ha il diabete gestazionale o con un diabete gestazionale ben controllato.

È ragionevole stimare che il diabete gestazionale arrivi a complicare l’8-10% delle gravidanze. Sappiamo però che la frequenza del diabete gestazionale negli ultimi decenni è andata progressivamente aumentando per l’aumento dell’età materna al momento della gravidanza, della prevalenza di sovrappeso e obesità, per l’incremento di donne immigrate da paesi ad alta prevalenza di diabete di tipo 2, nonché per il recente cambiamento delle modalità di diagnosi.

 

Al Dott. Giuseppe Citro, dal 2007 responsabile dell’Unità di Diabetologia ed Endocrinologia dell’Azienda Sanitaria Locale di Potenza, chiediamo: perché è importante questa sperimentazione che si terrà nei prossimi due anni a Potenza.

 

“Il progetto, presentato nell’ambito del programma CCM 2018, è stato approvato dal Ministero della Salute attraverso il comitato scientifico del CCM (Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie) e sarà finanziato con 450.000 euro. I progetti presentati da tutta Italia sono stati 34, ma solo 7 hanno ricevuto il finanziamento del Ministero e, tra questi, quello dal titolo “Presa in carico integrata, peer education e activation: strategie per un’efficace promozione di comportamenti protettivi  tra le donne con diabete gestazionale” proposto appunto dalla regione Basilicata, che avrà come coordinatore il sottoscritto e coinvolgerà altre strutture regionali (UOC di Ginecologia Ostetricia dell’Azienda Ospedaliera San Carlo e UO di Diabetologia di Tinchi e Matera della ASM), due ASL della Toscana, una ASL dell’Emilia Romagna e la Scuola Superiore sant’Anna di Pisa, che monitorerà i risultati durante e dopo il parto. E’ motivo di orgoglio per noi, perchè è la prima volta in assoluto che la Regione Basilicata sia capofila di un progetto finanziato dal Ministero”.

 

Per quale ragione, secondo lei, è stato finanziato?

 

“Credo per l’utilità. E’ un tipo di patologia che viene sicuramente sottovalutata, che però può determinare delle problematiche nel corso del parto per la donna e per il feto ed è un fattore di rischio del diabete di tipo 2. Il secondo motivo è l’approccio educazionale, perchè ricorriamo nell’approccio educativo a figure di donne che hanno già avuto il diabete gestazionale, che affiancano le partorienti, nello stile di vita e, successivamente, nel fenomeno dell’allattamento, che negli ultimi anni si sta perdendo”.

 

Che cosa prevede il progetto?

 

“Il progetto prevede una fase di presa in carico delle donne con diabete gestazionale mediante un accesso strutturato al programma di screening secondo gli standard assistenziali delle società scientifiche, attraverso un percorso integrato tra le strutture ginecologiche e diabetologiche. Alle donne verranno offerti interventi di tipo educazionale derivati da analoghi programmi realizzati presso strutture universitarie statunitensi, integrati con le raccomandazioni delle società scientifiche italiane, da parte di personale dei Centri Diabetologici e dei Punti Nascita. Qualche settimana prima del parto alla gravida sarà affiancata una “family-peer-coach”, rappresentata da una “mamma esperta”, possibilmente con pregressa diagnosi di diabete gestazionale, opportunamente formata, con il compito di aiutare, attraverso un meccanismo di “contaminazione tra pari”, la gravida e la sua famiglia all’adozione di comportamenti corretti finalizzati alla prevenzione del diabete tipo 2. A supporto della progettualità sarà sviluppata una webapp con la finalità di informare le donne gravide sia durante la gravidanza che dopo ed offrire uno strumento di monitoraggio dei comportamenti protettivi rispetto al rischio di sviluppare il diabete tipo 2; la webapp sarà usata per monitorare gli stili di vita e l’allattamento al seno e rappresenterà la fonte dei dati per valutare gli effetti comportamentali dell’intervento educazionale”.

 

In questi giorni state gestendo un altro progetto molto importante, sempre in tema di diabete.

 

“Sì. Siamo I primi in Basilicata e tra i primissimi in Italia, a sperimentare da circa un mese, su quattro giovani lucani di età compresa tra I 7 e i 19 anni, con diabete tipo 1, una nuova teconologia composta da un sensore che rileva in continuo la glicemia e che  “dialoga” con un microinfusore che eroga in continuo insulina; la nuova tecnologia, nota anche come “pancreas artificiale” , anche se rappresenta in realtà una tappa di avvicinamento al vero pancreas artificiale, costituisce una vera rivoluzione nella terapia insulinica. Il nuovo presidio, composto da un microinfusore di insulina e un sensore per il monitoraggio continuo della glicemia, dispone di un algoritmo che permette di somministrare insulina in modo automatico in rapporto ai valori di glucosio rilevati nel sangue, funzionando cioè nello stesso modo con cui il pancreas del soggetto non diabetico tiene sotto controllo i valori di glucosio nel sangue”.

 

Perché è così importante questo progetto?

“La tecnologia avanzata di questo sistema eroga insulina ogni 5 minuti, 24 ore su 24, e non in maniera predeterminata dal paziente, ma sulla base dei valori di glucosio misurati dal sensore. Il sistema è inoltre capace di sospendere automaticamente l’erogazione dell’insulina quando il valore del glucosio segnalato dal sensore raggiunge o si prevede che raggiunga valori troppo bassi. Insomma, il soggetto con diabete sarà quasi del tutto libero dalle numerose operazioni necessarie per tenere sotto controllo la glicemia e soprattutto non incorrerà in episodi di ipoglicemia, che rappresentano un ostacolo notevole al raggiungimento del buon controllo della malattia, oltre che costituire un pericolo per la salute del diabetico”.

 

Siamo all’automazione completa?

 

“Non ancora, ma è un approccio rivoluzionario, perchè non è più il paziente che decide il livello di insulina da erogare (salvo quello dei pasti). Il paziente deve fare meno atti per gestire la propria malattia. L’altro vantaggio è quello di evitare la ipoglicemia, che possono scatenare crisi cardiache fatali. Tutto questo in attesa che il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova testi il suo progetto sul quale sta lavorando da molti anni sulla realizzazione di un pancreas artificiale italiano, che la l’obiettivo è mantenere la persona per il più lungo tempo possibile nel target glicemico considerato ottimale (70-180 mg/dl) senza che questa si debba preoccupare di controllare l’andamento del glucosio. Sarà la nuova frontiera per il trattamento del diabete di tipo 1, che in Italia interessa circa 250.000 persone. Un primo modello è già disponibile nel mercato statunitense e a breve potrebbe essere commercializzato anche un modello italiano, basato su un sistema predittivo, che agisce anche in base all’andamento dei livelli di glucosio nei giorni precedenti, garantendo un elevato livello di personalizzazione”.