GRANDI OPERE UNA LEGISLATURA PERSA

di Ercole Incalza

 

Un Paese come l’Italia che ha programmato e costruito valichi come il Sempione, come il Brennero, come il Frejus, come il Gran Sasso, un Paese che ha programmato e in parte realizzato una rete ferroviaria ad alta velocità di oltre mille chilometri, un Paese che ha programmato e sta realizzando due grandi nuovi tunnel ferroviari come quelli sull’asse Torino-Lione e sul Brennero, un Paese che ha realizzato una rete autostradale di circa 7mila chilometri, un Paese che ha progettato il ponte stradale e ferroviario sullo Stretto d Messina con una campata unica di 3.300 metri, ebbene questo Paese negli ultimi quattro anni ha spento la propria intelligenza programmatica ed è tornato a essere martire dei sostenitori solo delle progettualità prive di ogni respiro strategico. L’ultimo Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, è stato infatti critico sulle grandi opere, anzi ha denunciato chiaramente un interesse solo per le piccole opere.

Contestualmente in Europa due altri Stati, la Francia e il Regno Unito, testimoniavano ancora una volta quanto era stata miope e priva di intelligenza economica la teoria portata avanti da noti docenti di economia dei trasporti delle nostre università sulla convenienza del tunnel sotto la Manica e quanto spesso è stata davvero gratuita la critica alle grandi scelte infrastrutturali, quasi che pensare alla “grande” fosse un reato concettuale. È utile ricordare che molti economisti italiani avevano ritenuto il tunnel sotto la Manica un investimento fallimentare, prodotto solo dell’arroganza strategica di due capi di Stato come Mitterand e la signora Thatcher, economisti che dovrebbero oggi quanto meno ammettere la loro limitata capacità di misurare in modo corretto le scelte, di misurare gli scenari di medio e lungo periodo e di non aver capito che per simili opere il break even obbligatoriamente non può essere corto.

Proprio pochi giorni fa la stampa internazionale ha parlato della decisione della Società Atlantia di diventare primo socio di Eurotunnel. Il gruppo guidato da Giovanni Castellucci ha rilevato il 15,49% delle azioni e il 26,6% dei diritti di voto della infrastruttura sotto la Manica. La società Atlantia per diventare primo socio nella società dell’Eurotunnel ha versato 1.056 milioni di euro e lo ha fatto perché oggi l’Eurotunnel è un’opera che produce ricchezza sconfessando, come detto prima, tutti, dico tutti, i cosiddetti economisti che per oltre trenta anni avevano denunciato il fallimento scandaloso dell’opera.

La cosa più interessante poi è quello che proprio in questi ultimi due mesi è avvenuto tra la Francia e il Regno Unito: il 18 gennaio di questo anno il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, durante il vertice bilaterale anglo-francese, ha lanciato l’idea di costruire un Ponte sulla Manica e parlando con la stampa  ha ribadito “Sono particolarmente contento della decisione di creare un team di esperti per studiare questo grande progetto. Il nostro successo economico dipende dalle buone infrastrutture e dalle buone connessioni. Il tunnel sotto la Manica potrebbe essere solo il primo passo”. Immediatamente l’amministratore delegato di Eurotunnel ha scritto al primo ministro britannico precisando “l’idea di una seconda linea che colleghi la Gran Bretagna alla Francia è qualcosa che noi esaminiamo regolarmente nei nostri progetti a lungo termine, siamo aperti al dialogo con le autorità per esplorare tale eventualità”.

Questa idea non è affatto utopica: in Cina  esiste già il ponte della Baia di Hangzhou, inaugurato il 14 giugno 2007, un collegamento di 36 chilometri che unisce la città di Shanghai con Ningbo nella provincia di Zhejiang. E’ costato circa 5 miliardi di euro,  importo assicurato per il 35%  da compagnie private della città di Ningbo e per un 59% dalla Banca nazionale cinese e da altre banche regionali. Le compagnie private vengono remunerate tramite un pedaggio sulle automobili che attraversano il ponte.

Spesso ci dimentichiamo di vivere nel Paese di Leonardo, di Michelangelo, di Cristoforo Colombo, di Marco Polo, di Matteo Ricci. Dovremmo davvero vergognarci di non pensare più alla grande e di aver deciso, soprattutto negli ultimi quattro anni, di perderci nella più triste mediocrità programmatica. Spero che qualcuno prima o poi ci svegli da questo grave torpore.