Quanto danno fanno all’Italia le fake news che non ti aspetti

Di Pietro Romano

Lo spread sotto i 200 punti, che significa importanti risparmi sul debito pubblico e ricadute positive sulle banche e sulle società che hanno bisogno di risorse per investire. Il record di occupati dal 1977 benché con una media pro capite di ore lavorate inferiore a quella degli anni pre-crisi. Il “Misery Index” di Confcommercio, che misura il disagio sociale, al livello più basso degli ultimi otto anni. La produzione farmaceutica, uno dei settori industriali a più alto valore aggiunto, balzata ai massimi storici, trainata dalle esportazioni, cresciute di oltre un quinto nei primi quattro mesi di quest’anno. I consumi alimentari finalmente in aumento. Le quotazioni in Borsa salite più del 20 per cento da gennaio a questa parte. La procedura d’infrazione europea fugata grazie al miglioramento dei conti.

La ripresa vera e propria, insomma, non è vicina, ma l’Italia si sta finalmente muovendo verso l’auspicabile direzione, nonostante un sentimento economico mondiale sfavorevole. Continuare a leggere la realtà del nostro Paese con occhiali catastrofisti, quindi, è non solo sbagliato, ma in malafede. Eppure è proprio questa la lettura della situazione nazionale che continuano a fornire i principali mezzi d’informazione e una larga fetta di classe (pseudo) dirigente. Una sorta di anti-italianismo, come l’ha definita con il consueto acume e la consumata esperienza il giornalista di lungo corso Francesco Damato sul magazine online StartMag diretto da Michele Arnese. O anche di disfattismo, culminato nel titolo dedicato in prima pagina dal quotidiano Repubblica alla mancata infrazione: “L’Italia la scampa”. Come se il nostro Paese fosse diventato un criminale incallito passato indenne da una giusta condanna che, però, la giustizia umana (o quella divina) non mancheranno di appioppargli al più presto.

Lo sviluppo è un elemento complesso. Nasce da molti fattori. E di molti genitori è tributario. Un meccanismo delicato come quello di un orologio svizzero, per usare un luogo comune ma efficace e comprensibile. Uno dei quali è tanto impalpabile quanto potente. Si tratta della fiducia. Una fiducia erosa (quando c’è) o destinata a rimanere gracile se non inesistente (quando non c’è) dalla messa cantata di giornaloni che spesso rappresenta l’esatto opposto delle tanto paventate fake news populiste ma è molto più potente, fa danni molto più ingenti ed è sempre ammantata da una sorta di ieratismo.

Alla diffusione di un basso grado di fiducia corrisponde una bassa propensione al consumo e agli investimenti. Una situazione nella quale la più importante ricchezza degli italiani – il risparmio – perde la sua componente virtuosa per isterilirsi. A fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha sfiorato i 10mila miliardi di euro. Non esistono ancora i dati definitivi del 2018 ma l’incremento della propensione al risparmio è stimato nel 18 per cento. E se per metà la ricchezza netta delle famiglie italiane è composta da proprietà immobiliari rimangono circa 5mila miliardi disponibili per consumi e investimenti. Consumi e investimenti frenati da un combinato disposto di vari fattori (non aiuta l’età media degli italiani, a esempio) , descrizione catastrofista del Paese compresa. Insomma, il risparmio è davvero “una forza dell’Italia”, come l’ha definita il numero uno di Banca Intesa (Carlo Messina), ma se rimane parcheggiato su conti correnti e conti di deposito è utile quanto una Ferrari lasciata in garage. O, talvolta, è anche peggio: viene prestato all’estero per aiutare gli investitori stranieri a rafforzarsi magari attraverso l’acquisizione dei campioni italiani. Che fare, allora? Non si tratta di scoraggiare la tesaurizzazione con ricette più o meno immaginifiche (cui non si è sottratto nemmeno il Fondo monetario internazionale) ma di facilitare il raccordo tra capitali e idee. Un impegno da far tremare le vene dei polsi. Al quale un governo del (reale) cambiamento è indispensabile si metta a lavorare di lena.