Laboratorio Veneto

DI Giampiero Moncada

La realtà dalla quale nasce Confapi Sanità Veneto è fatta di numeri importanti: sono 2.050 le aziende che operano nell’ambito della sanità in tutta la regione, comprendendo i cosiddetti “servizi alla persona”. Un quarto di queste (512) sono concentrate nella provincia di Padova che appena dieci anni fa ne contava solo 291. Massimo Pulin è stato il promotore della neonata associazione e oggi ne è il presidente.
La sua è una formazione di tecnico ortopedico, ma oggi è soprattutto imprenditore. Nel 2000 fonda la Orthomedica srl, di Padova, che dopo qualche anno acquisisce un’azienda storica di Treviso, la Variolo srl, arrivando a circa cinque milioni di fatturato con un organico di quasi 50 addetti. A metà del 2016 si fa promotore di un’associazione di categoria all’interno di Confapi, la Confederazione delle piccole e medie imprese, per dar voce alle aziende che operano nel settore della sanità: Confapi Sanità Veneto.
L’associazione diventa l’interlocutore d’obbligo per Innova Biomed, la cui prima edizione si tiene il 23 e il 24 di questo mese alla Fiera di Verona. E proprio alla vigilia di Innova Biomed, Ore 12 ha intervistato Pulin per comprendere il perché di questo fenomeno e, soprattutto, quali sono le prospettive a breve e medio termine del settore. 

 

Sembra che il Veneto stia scoprendo una sorta di vocazione per un settore produttivo che, comunque, cresce in tutto il mondo. Ma quali sono le peculiarità culturali e territoriali che spiegano lo sviluppo in quest’ambito economico?
Il fenomeno si inserisce in un contesto, quello del nord Est d’Italia, che dimostra ormai da tempo una spiccata vocazione imprenditoriale. E le imprese si adeguano ai tempi che cambiano. Molte aziende che oggi si occupano di presidi sanitari, di strumentazioni e così via, si sono sempre occupate di tecnologia. Hanno solo cambiato ambito di applicazione. Dall’elettronica industriale di uso comune sono passate all’industria biomedicale. E hanno sviluppato prodotti con uno spiccato valore aggiunto. Ma all’interno di Confapi abbiamo anche categorie molto diverse a rappresentare il welfare: centri clinici, laboratori di analisi, centri di riabilitazione… Una vera e propria filiera che rappresentiamo per intero.

 

Lei parla di tecnologia e di valore aggiunto. Ma questo richiede investimenti significativi in ricerca e sviluppo. Investimenti che difficilmente una impresa di piccola dimensione può affrontare, specie se deve competere con delle multinazionali: ci sono imprese che possono finanziare quattro o cinque ricerche in contemporanea per poi, magari, vedere solo una di queste trasformarsi in un prodotto. Per una piccola impresa, un progetto di ricerca che non dà i frutti sperati può costare molto caro.
È verissimo, soprattutto se pensiamo alle tecnologie molto sofisticate che oggi vengono utilizzate per fare assistenza sanitaria. Le nostre imprese difficilmente potrebbero competere se non ci fossero degli strumenti che le aiutano a innovare. In Veneto ci sono i bandi Por, programma operativo regionale, che grazie ai fondi strutturali europei forniscono gli strumenti finanziari per fare ricerca e, poi, industrializzare progetti molto innovativi. I progetti, peraltro, vengono realizzati da più imprese, che ricevono un sostegno pari al 50% di quanto spendono.

 

Quanto tempo passa dall’inizio di una ricerca al momento in cui si inizia a vendere il prodotto o il servizio che ne viene ricavato? Il cosiddetto “time to market” si è ridotto di molto negli ultimi anni.
Posso fare l’esempio di una novità che la mia azienda sta per lanciare: un dispositivo per il quale avevamo presentato il progetto a giugno scorso. Si tratta di una ricerca condotta insieme ad altre aziende e all’Università di Padova che ha comportato un investimento importante. Ci hanno approvato il progetto a dicembre, quindi sei mesi dopo che l’avevamo presentato, e adesso abbiamo altri sei mesi per la fase di ricerca e di sperimentazione. Entro l’anno partiremo con l’industrializzazione.

 

Insomma, meno di due anni.
Sì, ma dobbiamo anche riconoscere che gli uffici regionali sono molto rapidi. 

 

Certo, ma la ricerca ha i suoi tempi.
Sicuramente, le persone fanno la differenza. E la capacità degli imprenditori sta anche nella scelta dei collaboratori.

 

In questo caso, che progetto state per realizzare?
Non posso entrare nei dettagli, anche perché utilizziamo una nostra tecnologia che dobbiamo ancora brevettare. Comunque, si tratta di sensori molto particolari che hanno applicazione nell’ambito ortopedico. Ma siamo tre aziende e ci occupiamo di un aspetto: l’elettronica, la meccanica, lo studio applicativo… Anche per questo il progetto è stato approvato dalla Regione.

 

Ma come si fa a superare l’individualismo tipico dell’imprenditore italiano?
In questo settore non si può correre da soli. Nel biomedicale è indispensabile fare squadra per potere competere con le multinazionali. Anche per questo abbiamo subito sposato il progetto di Innova Biomed, che non è tanto una fiera ma un contenitore di incontri e di rilancio di idee. Noi avremo uno specifico workshop di Confapi nel quale si parlerà delle imprese di piccole dimensioni ma molto avanzate. Chi parlerà di sale operatorie mobili, un’altra di sistemi di elettroterapie innovativi, un’altra di costruzioni ortopediche con stampa 3D, un’altra ancora presenterà dei defibrillatori con tecnologie elettroniche che sono progettate da appena due aziende in tutto il mondo.

 

Ma l’Italia, nel suo complesso, ha un ruolo significativo in questo settore nel panorama mondiale?
Posso dire che le aziende di Confapi lavorano esclusivamente in Italia per il 60%. Soprattutto quando parliamo di welfare aziendale o di servizi alla persona. Le altre hanno una vocazione internazionale con esportazione in tutti i Paesi del mondo.

 

Un contributo a questi risultati è sicuramente frutto del welfare italiano, che è tra i più forti al mondo. Ma sappiamo che anche qui il welfare è in crisi. Che prospettive hanno queste imprese?
Per tale motivo stiamo sostenendo il welfare aziendale. Perché in questi 50 anni abbiamo anche visto degli sprechi che hanno portato alla necessità di ripensare il welfare e ridurre la spesa dello Stato. Ma questa è anche un’opportunità per le imprese.

 

Però, l’aria che tira è anche di aziende che tendono a ridurre il costo del lavoro. Quindi, anche il welfare aziendale non sembra avere vita facile.
Credo che un’azienda, soprattutto se piccola o media, consideri i lavoratori il suo vero patrimonio. Ha tutto l’interesse a trattenerlo e, quindi, trattarlo il meglio possibile. Con dei manager capaci, riesce anche a organizzare meglio il lavoro e, quindi, sostenere i costi del welfare aziendale. Anche con una maggiore flessibilità del lavoro.

 

Quali sono i maggiori concorrenti dell’Italia in questo settore?
Sicuramente i tedeschi e poi anche i francesi. Ma non per altro: per la capacità di fare sistema e di presentarsi all’estero con una politica coordinata. Noi abbiamo tante eccellenze, e certamente non solo in Veneto: abbiamo degli associati in Calabria e in Sicilia che sono aziende di prim’ordine, ma diffuse un po’ a macchia di leopardo. E soprattutto, non abbiamo un coordinamento quando andiamo sui mercati internazionali.