Moscovici & Macron, timeo Danaos et dona feren

DI Pietro Romano

Le irruzioni nella campagna elettorale ancora alle prima battute dell’eurocommissario francese all’Economia, Pierre Moscovici, e del presidente, pure lui francese, Emmanuel Macron rappresentano la conferma della inadeguatezza della classe dirigente, politica e non solo, del vecchio continente.

Sia ben chiaro, è evidente che in un mondo globale il voto di Paesi importanti come l’Italia (sia pure solo per i soldi che noi contribuenti versiamo per tenere in piedi le organizzazioni internazionali, dalla Unione europea all’Onu passando per la Nato, dove Roma è sempre tra i primi dieci contributori netti) non può non interessare quanti hanno incarichi di responsabilità nel mondo e specialmente in Europa. Tanto più se questi incarichi li posseggono nelle istituzioni comunitarie, a cominciare dalla Commissione Ue. Ma una cosa è il legittimo interesse, un’altra sono le invasioni di campo, quali dare i voti a governi, partiti e uomini politici in lizza per le prossime elezioni politiche in un Paese di consolidata tradizione democratica come l’Italia. Invasioni di campo che rischiano, peraltro, com’è già capitato in mezza Europa (e anche altrove, a esempio negli Usa, con l’elezione alla presidenza di Donald Trump) di avere l’effetto opposto a quello auspicato.

Quanto all’Italia, l’esperienza dovrebbe imporci una riflessione. E magari suscitare indignazione. A quale esponente politico ideale, infatti, si rifanno i suggeritori d’oltre Alpe? L’Europa – questa Europa, che con la civiltà europea purtroppo ha sempre meno a che fare - ce lo ha già indicato circa sette anni fa quando – dopo una sorta di golpe mediatico, giudiziario, tecnocratico – le sue speranze coincisero con l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti. Non è ancora finito il conto dei disastri che il suo e i successivi governi non legittimati dal voto popolare – ma da altre invasioni di campo, quelle dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – hanno provocato all’Italia. Che dal 2011 a oggi ha visto notevolmente ridurre il suo ruolo politico, economico e sociale. Un Paese il cui rischio di debito era in calo, lo ha ricordato il professor Ridolfi di recente, venne giudicato inaffidabile sulla base di un parametro finto quale il fantomatico spread, vale a dire la differenza di rendimento tra titoli di stato italiano e tedeschi. Un risultato frutto tra l’altro delle pressioni della Bce e di banche internazionali. E, di conseguenza, finì commissariato. Eppure, per amaro paradosso, la stessa Italia di lì a qualche mese poteva gettare nel calderone del presunto salvataggio della Grecia (in realtà delle banche prestatrici, in prevalenza francesi e tedesche) l’iperbolica somma di 60 miliardi, come ha sottolineato l’ex ministro Tremonti. Cosicché è legittimo temere che forse, da qualche altra parte, serve un nuovo anello debole (politicamente ma non finanziariamente) quale l’Italia per tenere in piedi istituti vacillanti ancora una volta francesi o tedeschi. Vale a dire i due Paesi che, approfittando dell’uscita dalla Ue del Regno Unito, stanno lanciando un’autentica Opa sulle istituzioni europee. Ne consegue che questi “amici” vanno temuti anche se portano doni (scarsi) e suggerimenti (a bizzeffe). Qualcuno dovrebbe fare (magari con più successo) come Laocoonte che ai suoi concittadini chiedeva di non accettare doni dai greci: nemmeno il famoso cavallo che provocò la caduta di Troia. E farlo anche con il premier Gentiloni, che ha marcato una certa differenza con i suoi più recenti predecessori (anche grazie all’aiuto di un presidente della Repubblica come Mattarella) sia pure non sostenuto a dovere da tanti suoi ministri. E non merita di essere confuso con un Monti.