Ricucire con la Russia, un imperativo categorico

di PIETRO ROMANO

In nome di una presunta solidarietà internazionale e in barba alla secca sconfitta elettorale, il governo dimissionario di Paolo Gentiloni ha deciso di espellere dal suolo italiano due diplomatici russi. Una decisione più formale che sostanziale, ma che potrebbe avere conseguenze disastrose per la sicurezza e per l’economia del nostro Paese.

La causa delle espulsioni di diplomatici, attuate dal Regno Unito prima e da molti partner britannici dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica dopo, è nota. Il governo di Londra asserisce che Vladimir Putin avrebbe ordinato l’omicidio dell’ex spia e doppiogiochista russo Sergei Skripal, avvenuto il 4 marzo scorso a Salisbury. Ma senza addurre uno straccio di prova a suffragio di questa tesi. La pistola fumante, come si dice, sarebbe rappresentata dal gas nervino usato nell’omicidio, un prodotto dei laboratori sovietici. Tutto qui? Un po’ poco per giustificare una crisi di tale portata.

Prima di tutto perché fin dagli anni ottanta, a quanto ho appreso da accreditati e fededegni ambienti dell’Intelligence, la formula del letale gas è arrivata in Occidente grazie a fuoriusciti dal “paradiso comunista”. Ai tempi della disgregazione dell’Urss, inoltre, la stessa formula sarebbe stata venduta a diversi Paesi, soprattutto asiatici. Peraltro, a incolpare i russi sono i Servizi segreti britannici, famosi per la loro “porosità” (ai tempi della Guerra Fredda si distinsero per tradimenti e passaggi di campo) e tra gli “inventori” delle armi chimiche a disposizione di Saddam Hussein (mai trovate) che hanno giustificato l’invasione  dell’Iraq e contribuito in maniera determinante a destabilizzare i Paesi laici del Medio Oriente. Perdipiù, se Putin, a poche settimane dal voto, avesse voluto ammazzare uno spione in pensione avrebbe dovuto usare proprio il complicato e “targato” gas nervino? Non sarebbe stata più facile una pistolettata in una finta rapina? Forse la vicenda è più complessa e avrebbe avuto bisogno di un approccio meno gridato. Il ritorno al clima e a rapporti da Guerra Fredda interessa a molti soggetti: a esempio, ambienti islamisti (cui Putin ha inferto duri colpi) o cinesi, cui una Mosca isolata e obtorto collo alleata a Pechino potrebbe tornare comoda. In ogni caso, l’Italia doveva andare più cauta. Guardando piuttosto alle mosse del presidente americano Donald Trump, che ha espulso 60 diplomatici di secondo piano per accontentare l’apparato burocratico (ancora profondamente innervato di esponenti mainstream, democratici o repubblicani poco importa) ma poi ha invitato Putin alla Casa Bianca. E non accadeva dal 2005, ai tempi di George W. Bush. Di certo la mossa di Gentiloni è in totale contraddizione con gli interessi italiani. Prima di tutto perché dai partner europei non sta avendo grandi attestati di solidarietà su numerosi dossier, dall’immigrazione alla sede dell’Agenzia del farmaco passando per banche e conti pubblici. Eppoi per tutelare gli interessi italiani. 

La Russia potrebbe darci una mano nella lotta al terrorismo e nel contenimento dell’immigrazione selvaggia, per il suo crescente ruolo in Medio Oriente. In Russia, inoltre, lavorano 500 aziende italiane e Mosca è un’ottima cliente del Made in Italy, anche se le esportazioni italiane sono ancora di tre miliardi sotto i livelli pre-sanzioni. Ma i rapporti potrebbero ulteriormente migliorare.  

Il governo che gli italiani si attendono dopo il voto del 4 marzo tra le sue priorità dovrebbe avere proprio la ricucitura di questo strappo. Come auspicato, a quanto risulta a Ore 12, anche dell’ambasciata russa a Roma, retta da un conoscitore dell’Italia e della lingua italiana quale Sergei Razov. Non a caso in ambasciata la decisione di Gentiloni verrebbe vista come un mancato rispetto della plurisecolare tradizione di buone e stabili relazioni italo-russe. Plurisecolare. Quindi ben al di là di ideologie e di alleanze. Una tradizione rotta nel 2012 da quella sorta di golpe tecnocratico attuato per spodestare il centrodestra, alla vigilia dell’altrettanto magmatica crisi ucraina, da cui è scaturita la nuova Guerra Fredda.