TRIVENETO, CRISI ADDIO LA MACCHINA E’ RIPARTITA

I DISTRETTI TORNANO A PIENO REGIME, TRAINATI DA ROBUSTE INIEZIONI DI INNOVAZIONE. E SULL’ONDA DELL’EXPORT E DEGLI INVESTIMENTI ESTERI IL NORD-EST SI PROPONE COME MODELLO TRAINANTE PER TUTTA L’ITALIA.

 

DI Daniele Quinto

Tutti gli indicatori confermano che il Triveneto è un territorio che trascina l’economia dell’intero Paese. Nei primi 9 mesi del 2017, l’export dei 37 distretti industriali è aumentato, rispetto allo stesso periodo precedente, del 3,4%, superando i 21 miliardi di euro. Nel terzo trimestre - 30° trimestre consecutivo di crescita - i distretti più dinamici sono stati quelli del Friuli Venezia Giulia, con un incremento del 4,4%, seguiti da quelli veneti, con una crescita del 2,3%.

Le filiere distrettuali che hanno registrato i migliori risultati sono state la metalmeccanica (+252,4 milioni di euro), seguita da quelle del sistema casa (+187,6 milioni) e dell’agroalimentare (+134 milioni). Ottima anche la crescita delle esportazioni dei poli tecnologici (7,3%). Tra i mercati di sbocco spicca il grande sviluppo delle esportazioni verso Stati Uniti (+27,1 milioni di euro), Cina (+13,9 milioni di euro) e Repubblica di Corea (+13,8). Eccezionale è stata l’accelerazione del polo del Biomedicale di Padova (+16,6%), i cui prodotti sono diretti principalmente verso Stati Uniti, Repubblica di Corea e Cina, che ha superato l’andamento delle esportazioni degli altri poli biomedicali italiani, che si sono comunque fermati nello stesso periodo a un apprezzabile incremento del 7,9%.

Per il 2018, la previsione dello studio di Intesa San Paolo – dal quale sono tratti i dati citati – si conferma ottima, considerate anche le buone condizioni di alcuni Paesi ad alto potenziale commerciale come la Cina e la Russia, così come si prevede possano rafforzarsi gli spazi di crescita delle imprese distrettuali più orientate sul mercato interno.  Per quanto riguarda in particolare il Veneto, il centro studi della Cgia di Mestre prevede  che nel 2018 la regione è destinata a guidare la classifica della crescita del Prodotto interno lordo in Italia (+1,6%), davanti a Emilia Romagna e Lombardia (+1,5%). Questo risultato lo si deve principalmente alle esportazioni, al consolidamento dell’industria (destinata a trarre vantaggio dal forte aumento degli investimenti produttivi in atto) e alla crescita delle presenze turistiche. Ottimo, ma sensibilmente inferiore a quanto si registrava fino alla metà degli anni Duemila, quando il Veneto contendeva alle regioni tedesche della Baviera e del Baden-Württemberg la leadership manifatturiera europea. Su questo dato ha inciso la crisi economica, che apparentemente non ha leso l’aumento dell’occupazione, cresciuta anche nel 2017, ma soprattutto per il numero dei contratti a termine, stagionali e no. Nella sola provincia di Verona, nel quarto trimestre del 2017, sono cessate 21.900 posizioni a conclusione dei rapporti di lavoro a tempo determinato, che fanno ora parte della platea di 300mila disoccupati iscritti nei centri per l’impiego dell’intera regione. Le politiche del lavoro, come si sa, sono in larga parte di competenza del Governo centrale ed è questa una delle ragioni che ha portato la Regione Veneto – insieme alla Lombardia - a chiedere e a vincere il referendum per l’autonomia: una strada irta di ostacoli, ma che forse è l’unica in grado di conferire a questo territorio la dignità che si merita, per aver contribuito positivamente con le sue risorse produttive e umane alla situazione economica dell’intero Paese. 

Vanno inoltre registrati – come ha rilevato di recente “Il Sole 24 Ore” - i buoni risultati degli investimenti esteri nella regione. Alcuni casi sono eclatanti. A Breganze, provincia di Vicenza, la ex Laverda - oggi Agco Corporation, multinazionale americana con sede a Duluth (Georgia) che nel 2011 ha acquisito la storica azienda di macchine agricole, ma anche di motociclette - l’occupazione attuale, 760 persone, raddoppierà in un quadriennio. Il sito veneto, nei piani del colosso americano, è stato scelto come sede per il lancio globale di una nuova generazione di mietitrebbia assiali ad alto contenuto tecnologico, frutto del più grande investimento nella storia del Gruppo: oltre 200 milioni di dollari. In provincia di Treviso, per la precisione a Riese Pio X, la Steelco, leader mondiale nel settore apparecchiature medicali per il lavaggio e la sterilizzazione di ferri chirurgici, dopo l’integrazione nel gruppo tedesco Mièle, ha chiuso il 2017 con un fatturato a +21,7% su base annua, toccando i 90 milioni di ricavi a soli sedici anni dalla costituzione dell’azienda. Altri casi analoghi sono quelli di Bottega Veneta, oggi di proprietà della francese Kering. E di  Fiamm, azienda fondata nel 1942, con stabilimenti a Montecchio, Almisano e Veronella, nel vicentino, che con l’apporto del colosso giapponese Hitachi Chemical, ha ora l’obiettivo di portare gli 800 milioni di euro di fatturato della sua Divisione accumulo energia a 1,5 miliardi per il 2018 e addirittura a 2,4 miliardi per il 2025. C’è, tra l’altro, da registrare che un rapporto del Cer (Centro Europa Ricerche), società di ricerca che elabora studi nel campo dell’economia applicata dimostra i benefici sull’occupazione legati all’apertura internazionale delle economie locali: la dinamica dell’occupazione nelle imprese manifatturiere a controllo estero nel periodo 2007-2014 è negativo (-9,2%) in forma di gran lunga migliore rispetto al crollo avvenuto nello stesso periodo nell’industria manifatturiera italiana (-20,6%). Insomma, il Veneto è all’avanguardia anche per le attrattive che riesce a proporre agli investitori esteri e questo è un dato fortemente esemplificativo di come un territorio possa crescere e svilupparsi gettando fondamenta solide sul suo futuro, in un mondo condizionato dalla globalizzazione. 

Non è invece un problema legato solo alla globalizzazione il fatto che in Veneto vivano 485mila stranieri, pari al 9,9% della popolazione, un’incidenza nettamente più alta rispetto alla media nazionale, che è dell’8.3% e che pone la regione al secondo posto, dopo la Lombardia in questa graduatoria. Verona con 105mila immigrati è la provincia più multietnica del Veneto. Seguono Padova e Treviso, anch’esse sopra quota 90mila. Il numero di  contribuenti immigrati è di 262mila unità e rappresenta il 9,3% del numero totale dei contribuenti.

Due le evidenze da considerare: il territorio è in grado di assorbire, integrare e accogliere un numero molto alto di stranieri che lavorano (262 mila) – anche in questo caso, quindi, il Veneto è un modello da seguire - ma registra anche la presenza di centinaia di migliaia di persone che difficilmente si integreranno nel mercato del lavoro, che penalizza già centinaia di migliaia di italiani. La cattiva gestione nazionale del fenomeno migratorio, soprattutto degli ultimi quattro o cinque anni, crea in una regione che è all’avanguardia dal punto di vista del benessere sociale, della qualità dei servizi, dell’industrializzazione, delle infrastrutture, un grave problema d’insicurezza sociale, finora rimasto sopito e controllato, ma che presto dovrà trovare una soluzione, così come in quasi tutta Italia.