Come trattare il tromboembolismo venoso

Intervista di Katrin Bove

Che cos’è il tromboembolismo venoso?

“Il  tromboembolismo venoso (TEV) si manifesta clinicamente con la trombosi venosa  profonda (TVP) e l’embolia polmonare (EP): la TVP, solitamente negli arti inferiori, precede spesso  l'EP. In particolare, la TVP consiste nella formazione di un coagulo di sangue in una vena profonda, che ostruisce il flusso, parzialmente o totalmente a seconda dell’entità del coagulo stesso: questo coagulo, o soltanto  parte di esso, si può staccare (embolo) e fermarsi nelle arterie polmonari o in qualche ramo di esse, provocando l’ embolia polmonare che, se massiva,  può causare la morte del paziente. “

Ad affermarlo il dottor Maurizio Cariati, presidente ICIR, Italian College of Interventional Radiology, SIRM.

Qual è l’entità del problema: che percentuale della popolazione colpisce?

Il tromboembolismo venoso ha dei numeri di incidenza impressionanti: si stima che ci siano circa 10 milioni di casi ogni anno, in tutto il mondo, di TEV; solo in Europa si verificano più di 500mila decessi all’anno correlati alla TEV. Se consideriamo poi la realtà degli  Stati Uniti e dell’Europa, gli eventi correlati alla TEV uccidono più persone di AIDS, cancro della mammella, cancro della prostata e incidenti automobilistici insieme. In Italia si verificano ogni anno 150-200 nuovi eventi e 70-100 ricoveri per embolia polmonare,  per 100mila abitanti . Inoltre, circa il 15-20% dei casi riguarda pazienti con tumore: le cellule tumorali producono sostanze che favoriscono la trombosi. Inoltre, i pazienti oncologici vengono spesso sottoposti a procedure invasive come interventi chirurgici e ricevono chemioterapici che a volte possono favorire la trombosi.
Pertanto l’entità di questa patologia è ancora più grave, se consideriamo che rimane spesso sottostimata e soprattutto sotto-diagnosticata.

Quali sono le cause?

Le cause della TVP vanno ricercate in molteplici fattori di rischio: in primis, la  familiarità con problemi di coagulazione del sangue, una predisposizione genetica, ma anche uso di estrogeni e contraccettivi orali, e ancora l’età, l’obesità, il  fumo, la immobilizzazione, il  trauma, i trattamenti chemioterapici, una complicanza della gravidanza. In generale possiamo tuttavia dire che ad essere colpiti dal tromboembolismo venoso sono i pazienti ricoverati in ospedale che hanno subito interventi chirurgici.  

Qual è la terapia medica in uso? Ed è ancora valida?

L’attuale trattamento medico, detto trattamento conservativo, comporta l’uso di terapia anticoagulante ed elasto-compressione, effettuata con l’impiego di apposite calze elastiche. E’ il trattamento ancora in uso ed è considerato lo standard care.

 Cosa succede alla gamba dopo una trombosi venosa profonda?

I classici sintomi della trombosi venosa profonda sono solitamente: dolore , gonfiore, indolenzimento , calore, rossore o perdita di colorito della pelle, la presenza di vene prominenti superficiali nell’arto interessato; ma la trombosi venosa profonda può anche essere asintomatica.

 In che percentuale questa patologia esita verso la così detta sindrome post trombotica?

La sindrome post trombotica è una complicanza a lungo termine della TVP, che si può manifestare con sintomi e segni clinici di diversa entità, fino ad arrivare a delle forme più gravi e severe che compartano la claudicatio e la formazione di ulcere, con un importante impatto sulla qualità di vita del paziente nonché gravi implicazioni di carattere socio-economico. Più del 50% dei pazienti affetti da TVP sviluppa la sindrome post-trombotica già nei primi due anni e di questi circa il 10% nella forma più grave con formazione di ulcere.

Perché si è sentita la necessità di “fare di più” della sola terapia medica?

La sola terapia medica non basta e anche i dati di efficacia a lungo termine nella prevenzione della sindrome post trombotica sono contrastanti. Per non dimenticare il rischio della embolia polmonare che può avere effetti letali sul paziente.

Quali sono le nuove opzioni terapeutiche? Ci può descrivere queste nuove terapie? Sono invasive?

Le nuovi opzioni terapeutiche si basano su un principio molto semplice che viene definito con l’espressione inglese di “Early Thrombus removal” ovvero rimozione precoce del trombo. In pratica si tratta di rimuovere materialmente il trombo dal vaso venoso in cui si è formato, attraverso una procedura mininvasiva, efficace, sicura e rapida che prende il nome di trombectomia meccanica. Questa procedura endovascolare ha il vantaggio di ripristinare il flusso sanguigno nel vaso, dando sollievo immediato al paziente e riducendo così il rischio di embolia polmonare e di altre ulteriori complicanze a lungo termine.

Quali “device” vengono utilizzati per questa trombectomia meccanica e farmaco-meccanica?

La trombectomia meccanica è una procedura endovascolare, che si avvale dell’uso di una consolle a cui sono collegati una serie di accessori, tra cui un catetere dedicato in grado di navigare attraverso il vaso venoso, scorrendo su una guida precedentemente inserita. Il catetere, monitorato e controllato dal sistema, è così in grado di  attraversare il trombo per aspirarlo: il trombo, una volta aspirato attraverso una apposita  finestra presente sul corpo del catetere, viene frantumato e convogliato in un contenitore.  Il sistema consente inoltre anche di effettuare la trombectomia farmaco-meccanica, a cui si ricorre in caso di trombi più complessi e organizzati: tramite la consolle, il catetere viene prima utilizzato per effettuare l’ infusione di trombolitico direttamente nel trombo, e poi, dopo una tempo di attesa di circa 20 minuti,lo stesso catetere  viene impiegato per l’aspirazione meccanica. La procedura è minimamente invasiva, rapida e sicura.

 Potranno queste nuove terapie modificare lo stile di vita di questi pazienti, a volte giovani?

Sicuramente sì, con un importante miglioramento della qualità di vita. La rimozione del trombo infatti  porta con sé una serie di vantaggi nel breve e lungo termine: la possibilità immediata di ripristinare il flusso sanguigno, consentendo così alle valvole venose di tornare al normale funzionamento e  fornire al paziente un immediato sollievo dei sintomi di dolore e gonfiore; inoltre, nel lungo termine, consente di diminuire il rischio di propagazione dei coaguli che possono provocare l’ embolia polmonare e potenzialmente ridurre anche gli effetti della sindrome post-trombotica. Infine anche la terapia anticoagulante potrebbe non essere protratta a lungo termine.